Si potrebbe pensare che sia finalmente Maometto che va alla Montagna in Free Solo, eppure a ben guardare le montagne nel film di Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi sono due: e checché se ne dica quella più difficile da scalare non è El Capitan, ma chi El Capitan vuole sfidarla a mani nude, ossia Alex Honnold.

E se l’arrampicatore statunitense ha come unica ossessione quella di riuscire a raggiungere la perfezione (nella sua filosofia unica scalare questa montagna in modalità free solo, ovvero senza corde né alcun tipo di attrezzatura, è la cosa più vicina alla perfezione che possa esistere perché solo la perfezione, intesa come l’assoluta assenza di errore, ti permette di portarla a termine) al contrario la missione più difficile per lui potrebbe essere un’altra, quella di integrare la sfera professionale – che poi è anche la sua ragione di vita – a quella privata, trovare un punto di contatto fra la Montagna Esteriore e la Montagna Interiore, quel sentimento di alienazione che lo ha accompagnato per tutta la vita e che ci viene spiegato addirittura scientificamente (l’amigdala di Alex ha una sorta di malfunzionamento a causa del quale lui fa fisicamente fatica a provare delle stimolazioni con la stessa facilità delle persone normali).

Ma Free Solo è talmente ben costruito e denso di nozioni e paragrafi che la ricerca di un punto di equilibrio fra Sogno (scalare la montagna) e Realtà (provare ad avere una vita con la sua compagna Sanni McCandless) non è neppure il più affascinante fra i tantissimi argomenti affrontati da Chin e Vasarhelyi: i due cineasti non sembrano tanto interessanti all’impresa sportiva, già di per sé incredibile (e le cui riprese mozzafiato regalano di certo le suggestioni più forti), quanto alla scoperta di un sottobosco segreto (quello degli scalatori, così elitario nel suo essere fatto di codici, di miti, di antenati da ammirare, di mosse segrete da eseguire, anche di snobismo, nel momento in cui Alex ammette di non essere in grado di definire Sanni una “vera scalatrice”), o ancora alla preparazione di quell’impresa, al rito che essa nasconde, al sacrificio che richiede (e soprattutto a quello che potrebbe richiedere).

Meta-narrativamente si potrebbe individuare in Free Solo la messa in scena di un dietro le quinte di un’opera: la costruzione di una narrazione è sempre più avvincente rispetto all’appagamento che il finale di quella narrazione può suscitare, e il film di Chin e Vasarhelyi sembra volercelo ricordare nel momento in cui va a prendersi ben ottanta minuti della sua durata complessiva (100 minuti) per spiegarci tutti i come e i perché dell’impresa (e dell’uomo) che vuole raccontare, relegando quell’impresa stessa all’ultimo quarto d’ora.

Che poi il co-regista Jimmy Chin appaia in prima persona davanti alla cinepresa, in qualità di amico del protagonista, e che insieme i due riflettano su quanto l’idea di realizzare un film su questa vicenda possa influire sull’esito della vicenda stessa, la dice lunga sul raffinato tentativo di interrogarsi sulla forza del racconto e su quanto esso sia in grado di plasmare sia chi racconta che chi ascolta.

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