Carlo Calenda Vs. videogames: FIGHT!

Pubblicato il 4 Novembre 2018 alle 14:30

Le dichiarazioni più recenti sul medium videoludico di Carlo Calenda, ex Ministro dello Sviluppo Economico, hanno generato su Twitter una accesa discussione. Ma io non ho un account su Twitter, perciò ecco qui come la penso sull’intera faccenda.

Anno: 1995. A quel tempo frequentavo le superiori. Un giorno, tanto per cambiare, mia madre venne a prendermi da scuola così tardi che forse avrei fatto meglio a restare a scuola per le lezioni del giorno dopo, così un mio compagno di classe ebbe il tempo per introdurmi all’ascolto di musica, chiamiamola così, “alternativa”.

Allora, il nemico erano la musica rock e metal, per cui quelli come me erano visti da alcuni come delle creature demoniache ignoranti che sacrificano animali al Demonio.

Inizi del nuovo millennio. In quel tempo, MTV trasmetteva programmi dedicati alla musica (anche quella del Demonio, per mia fortuna) e anime ormai divenuti classici, come Inuyasha, Trigun, Cowboy Beepop, per citarne solo alcuni.

Iniziai a seguirli, con più o meno interesse, e a leggere qualche manga (Devilman su tutti, Berserk, Shutendoji e altra robetta delicata del genere).

Allora la polemica nei confronti di questi media era andata un po’ scemando, ma c’è sempre stato (e purtroppo c’è ancora) chi considera gli appassionati di manga e anime come degli imbecilli ignoranti che si intrattengono con un medium per bambini e che, magari, dovrebbero pure vergognarsi un po’ di leggere i fumetti e di guardare i cartoni animati se hanno superato i 12 anni. E va bene, becchiamoci pure questa.

Oggi. Anzi, ieri: l’ex Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda fa risalire l’ignoranza, la stupidità e l’inettitudine dei più giovani al loro abuso di videogiochi: sei un videogiocatore? Allora probabilmente sei anche un po’ tardo, ma è anche inutile che lo scriva, visto che molto probabilmente sei inabile al ragionamento. E non sai nemmeno leggere.

Ora, immaginate la vita che fanno gli sfigati come me che ascoltano rock e metal, leggono fumetti, guardano anime e sono pure videogiocatori. Stando agli stereotipi su tutti questi media, dovrei essere stupida, immatura, semi-analfabeta, asociale e una fervente servitrice delle Forze Oscure.

Quindi forse dovrei andare a controllare il nome sulla mia pergamena di Laurea, magari non è mia. Magari ho preso un gatto e l’ho chiamato Chewbecca per farlo combattere nella Resistenza.

E anche questo articolo, così rispettoso della sintassi e della nostra amata lingua italiana, deve essere per forza frutto di un ghost writer.

Io sarò pure autoironica, ma non tutti sono in grado di reggere così tanta discriminazione nei propri confronti, ed è fondamentalmente per loro (ma anche per me e per chiunque si senta toccato dal mio discorso) che ho deciso di scrivere questo articolo.

Tempo fa, scrissi già una apologia del medium videoludico impiegando semplicemente l’uso dei sillogismi aristotelici (l’ho cercato su Google, cosa credete, che abbia studiato filosofia?), ma ora mi ritrovo di nuovo qui, sempre nel 2018, a distanza di pochi mesi, a dover gettare un po’ di luce sul mondo dei videogiochi e a prendere le difese di chi usufruisce di questo moderno medium e le distanze da un modo di pensare a mio avviso retrogrado che ha come unico risultato la discriminazione.

Ecco le dichiarazioni di Carlo Calenda, divulgate attraverso il proprio profilo ufficiale su Twitter (almeno non è demonizzata la tecnologia nella sua interezza). Analizziamole un attimo:

Non mi interessa molto mettere in discussione la scelta personale di Calenda di bandire i videogiochi dalla sua casa (dicono che una collana di aglio aiuti a tenerli lontani), ma, come ho già letto in giro, devo ammettere di trovare piuttosto anacronistico che ad avere una concezione così distante dalla realtà e retrograda sui videogiochi sia un uomo che è stato Ministro dello Sviluppo Economico, il che dimostra, dunque, che Calenda non conosce quasi per nulla una materia che invece, per via del suo ruolo istituzionale, avrebbe dovuto conoscere molto bene. 

Sarebbe un po’ come ritrovarsi un Ministro dello Sviluppo Economico, del Lavoro e delle Politiche Sociali che non ha nemmeno completato i suoi studi e che come principale esperienza lavorativa vendeva bibite allo stadio.

Potrei contestare questo attacco indiscriminato al medium videoludico in sé punto per punto, ma non lo farò. Anzi, sì:

1. – Incapacità di leggere: forse l’ex Ministro non sa che esistono videogiochi fortemente incentrati sulla narrazione, che implicano l’ascolto o la lettura (a volte anche in lingua inglese) delle parole dei personaggi In moltissimi videogiochi, anche di un ventennio fa, la comprensione del mondo di gioco, dei personaggi e della storia può rivelarsi fondamentale, e ciò significa, dunque, l’esatto opposto di quanto scritto da Calenda: molti videogiochi stimolano negli utenti lo spirito di osservazione, la concentrazione sugli scenari, sulle parole degli altri personaggi, magari per risolvere dei puzzle: vogliamo parlare di Castlevania: Symphony of the Night, in cui finire il gioco senza un dato oggetto significa saltarne una sezione grande quanto la precedente? O del fatto che, poiché alcuni giochi sono sottotitolati in inglese, stimolano all’esercizio nella comprensione di questa lingua?

2. – Incapacità di giocare: avete letto bene, i videogiochi rendono incapaci di giocare. Che è un po’ come dire che fare lo chef rende incapace di cucinare. Va bene, magari intendeva “giocare all’aperto”, per cui Calenda ci accusa solo di essere degli asociali, ma io sono una grammar nazi laureata in Lettere Moderne e analizzo ciò che leggo, più che le intenzioni (prive di senso pure quelle, come ho accennato poco fa), anche perché da una persona che incolpa i videogiochi di diffondere l’ignoranza mi aspetto come minimo un discorso coerente e ineccepibile. Per fortuna sono abituata alle delusioni.

3. – Incapacità di sviluppare il ragionamento: questa ammetto che mi sta rendendo al momento incapace di ragionare lucidamente, perché per fare affermazioni del genere pubblicamente e scientemente, sbandierando al vento come fosse un vessillo di vittoria la propria  scarsa conoscenza su un argomento, è disarmante: Monkey Island, Grim Fandango, Limbo e i puzzle game in generale sono invece un ottimo strumento per sviluppare il ragionamento logico e stimolare il cervello a trovare soluzioni anche originali e fuori dagli schemi a determinati problemi (ovviamente questa non è una prerogativa dei puzzle game), stimolano la visione di eventi e oggetti da un altro punto di vista, per non parlare della miriade di riferimenti che si possono trovare al mondo dell’arte (le opere e i giochi di prospettiva di Maurits Cornelis Escher hanno ispirato titoli come echochrome e The Bridge), del cinema (Hideo Kojima, il creatore di Metal Gear, ha dichiarato di essere fatto per il 70% di cinema, e il suo Solid Snake è dichiaratamente ispirato allo Snake Pliskin interpretato da Kurt Russell in Fuga da New York), della musica (Brütal Legend anyone?). Davvero un medium così ricco può essere sminuito al punto da considerarlo deleterio per le menti più giovani? La risposta è ovviamente: no.

Passiamo ora a questo tweet, scorretto dal punto di vista dei contenuti quanto corretto dal punto di vista formale (anche se dopo “Reagisci” una virgola non avrebbe guastato):

4. – Passività rispetto alla lettura: forse è più vero il contrario: quando si legge, se non si è dotati di una grande fantasia e di una buona capacità di astrazione, la lettura risulterà sterile, fine a se stessa, e non avrà lasciato più o meno alcuna traccia di sé nel lettore disattento, che tenderà anche, a volte, a comprendere i messaggi in maniera scorretta. Sì, sto parlando proprio degli analfabeti funzionali, per i quali la lettura è un mero esercizio del tutto o quasi passivo. Continuare a considerare la lettura come unico mezzo per il raggiungimento del sapere è inesatto, al giorno d’oggi, perché lascia passare il messaggio che chi legge faccia parte di una élite culturale dalla illuminata mente superiore (pure se legge Moccia o i libri con le barzellette di Totti) rispetto a chi non legge, come se la lettura fosse l’unico modo per mettere in moto il cervello. Signor Calenda, il Rinascimento è finito da un pezzo, e additare i medium diversi dalla lettura come svincolati dalla cultura è semplicemente scorretto, superficiale e discriminatorio.

Passività rispetto al gioco: di nuovo mi domando: ma i videogiochi non sono giochi?

Reagisci, non agisci: Pac-Man e Space Invaders non sono più gli unici videogiochi esistenti, anzi, al contrario, esiste un intero universo di videogiochi nei quali a nessuna azione del giocatore corrisponde l’immobilità più assoluta: insomma, il medium videoludico è tutto fuorché passivo, anzi, molti titoli stimolano proprio all’azione.

Abituano la mente a una velocità che rende ogni altra attività lenta e noiosa: in pratica, il fatto che alcuni videogiochi stimolino gli utenti a pensare lucidamente e in fretta è un male.

Concludo con un paio di riflessioni generiche su questo ancora spinoso argomento.

Quando non si conosce un argomento, è bene tenersene alla larga: parlare di ciò che non si conosce demonizzandolo non è molto diverso dalla caccia alle streghe, ed è alquanto avvilente constatare come, nel 2018 d.C., un modo di pensare antiquato che spinge alla demonizzazione di ciò che non si conosce e che, per questo, può fare paura, non può che essere definito quantomeno superficiale.

Il problema non sono i media, ma il loro impiego: essere videogiocatori e condurre uno stile di vita sano e amare la cultura è assolutamente possibile. Il fatto che alcuni videogiocatori possano sviluppare una ludopatia e si lascino per questo morire di fame sulle loro sedie per non staccarsi dallo schermo non significa certo che noi videogiocatori siamo fatti tutto allo stesso modo. Fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato.

I videogiochi sono ormai un medium paragonabile a cinema, belle arti, lettura: definizione piuttosto autoesplicativa. Considerare ancora oggi i videogiochi come un medium “di serie B” non ha alcun senso, poiché si sono guadagnati a pieno titolo un posto fra i prodotti culturali.

La demonizzazione porta alla discriminazione: et dulcis in fundo, una concezione scorretta e superficiale del medium videoludico (ma potete estendere il ragionamento anche ad altri media) porta ad avere una concezione scorretta e superficiale dei fruitori di questi prodotti, la cui conseguenza più rischiosa è la discriminazione: se i videogiochi sono prodotti di “serie B”, allora anche i videogiocatori saranno considerati di conseguenza come pigri, asociali, improduttivi. Ironico come chi ci accusi di ignoranza dimostri in realtà solo la propria, di ignoranza.

E ora scusate, ma devo andare: Castlevania – Requiem non si completerà certo da solo.

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