Hostiles – Ostili di Scott Cooper | Recensione

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Arriva nei cinema italiani il nuovo film di Scott Cooper, che ritrova il premio Oscar Christian Bale in questo western crepuscolare e progressista di pregevole fattura.

Mi piace Scott Cooper e mi piacciono i suoi film, anche se non escono mai perfetti come vorrebbe il loro creatore (tranne Black Mass, Black Mass era davvero mal riuscito). E infatti, nonostante il suo nuovo film Hostiles – Ostili non sia esattamente perfetto, rimane comunque non solo un film godibilissimo, ma soprattutto un ottimo western, cosa non proprio facile da realizzare nel 2018 (e infatti i risultati al botteghino sono stati deludenti: 30 milioni incassati a fronte di un budget di quasi 40 milioni).

Il regista di Abigton, Virginia ha sempre flirtato col genere western, che è un po’ la quintessenza del sogno americano e soprattutto del cinema hollywoodiano: se il suo film d’esordio (che rimane il più riuscito) Crazy Heart, girava intorno alle vicissitudini del cantante country con problemi di alcolismo di un indimenticabile Jeff Bridges, Il Fuoco della Vendetta era in tutto e per tutto un western moderno, mantenendo gli stilemi classici del genere ma trapiantandoli nella decadente e grigissima Pennsylvania manifatturiera dei giorni nostri. Forse non a caso il suo film peggiore Cooper l’ha realizzato quando più si è allontanato dalle atmosfere del far west americano, cozzando impietosamente con quel Black Mass che sembrava il figlio disgraziato di un gangster movie di Scorsese.

Con Ostili invece Scott Cooper torna sulla retta via,  scrivendo e dirigendo un western crepuscolare dall’animo progressista che riesce a contestualizzare benissimo il problema razziale dell’America trumpiana, e l’avventura on the road dei protagonisti diventa una parabola di evoluzione che trasforma la rabbia in amicizia, l’odio in amore e i contrasti sociali in tolleranza.

1892. Il capitano dell’esercito statunitense Joseph Blocker (Christian Bale), per quanto riluttante, è costretto ad accettare l’incarico di scortare il capo Cheyenne Falco Giallo (Wes Studi) e la sua famiglia nella sua terra natia, pena la corte marziale. Lungo il cammino incontreranno Rosalie (Rosamund Pike), unica sopravvissuta di un brutale attacco Comanche nel quale hanno perso la vita il marito e le tre figlie.

La trama è la più semplice del mondo (e richiama molto quella di Soldato Blu di Ralph Nelson, uno dei primissimi western revisionisti che di riflesso contestava la guerra in Vietnam, mentre qui Cooper critica l’anima razzista dell’America di oggi) ma ciò che più conta in Ostili (oltre alla bravura esagerata di Christian Bale e Rosamund Pike, autori di due performance talmente notevoli da spiccare all’interno di due splendide carriere) è il messaggio politico con il quale Cooper infarcisce la sua opera, che non è solo estetica (con le splendide inquadrature del direttore della fotografia Masanobu Takayanagi, artista nipponico de Il Lato Positivo e The Grey) ma sa accompagnare la forma con tanta sostanza: i sentimenti dei personaggi, positivi o negativi che siano, risultano sempre assolutamente credibili ed è davvero istintivo (al di là delle melodie struggenti del Max Ritcher di The Leftovers) provare empatia, sentire ciò che sentono loro.

Il cinema western ha sempre coinciso con la necessità del popolo americano di avere una propria mitologia: là dove culture millenarie (greca e romana) vantano un’interminabile e preziosissimo patrimonio culturale, i “neonati” Stati Uniti si fondano sul mito del Far West, delle grandi praterie, della frontiera, delle terre selvagge; e soprattutto della conquista di quelle terre selvagge, della loro civilizzazione.

Se Clint Eastwood decostruiva quel mito ne Gli Spietati e Kevin Costner in Balla Coi Lupi ne esaltava la componente romantica e culturale, Cooper con Ostili vuole analizzarne l’anima, e soprattutto le contraddizioni. E quello che viene fuori è una riflessione tanto poetica quanto stimolante.

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