Dopo aver ricevuto il premio per la Miglior Regia a Cannes 2017, arriva anche in Italia il nuovo film di Sofia Coppola, L’Inganno, con Colin Farrell, Nicole Kidman e Kirsten Dunst.

L’Inganno non mi aveva particolarmente impressionato quando lo vidi a Cannes lo scorso maggio, ma in vista dell’uscita nelle sale italiane sono piacevolmente tornato al cinema per una seconda visione perché per lo meno era stato un film divertente.

Certo, in retrospettiva il prix de la mise en scène assegnato alla Coppola appare ancora più paradossale, visto che ben altri sarebbero stati meritevoli di tale riconoscimento (vorrei evitare di definirlo “regalato”, quindi mi limito con un “consegnato con grande generosità”) ma il dramma in costume ambientato alla fine della guerra civile americana elaborato dalla figlia del leggendario Francis Ford C. è senza dubbio un film meritevole di essere visto. Anche una seconda volta, perché no. E nonostante i suoi difetti.

Secondo adattamento cinematografico del romanzo di Thomas P. Cullinan A Painted Devil (già nel 1971 Don Siegel ne aveva tratto un film, La Notte Brava Del Soldato Jonathan, con Clint Eastwood), L’Inganno racconta la storia di un soldato dell’unione che, ferito in battaglia, viene soccorso e ospitato dalle abitanti di un collegio femminile nello stato della Virginia.

Ovviamente l’arrivo di questo uomo attraente (Farrell) nella scuola per sole donne (Nicole Kidman è la direttrice, Kirsten Dunst è l’insegnante e le cinque alunne hanno i volti di Elle Fanning, Angourie Rice, Oona Laurence, Emma Howard ed Addison Riecke) porterà scompigli nella tranquilla quotidianità del collegio, una bellissima magione bianca immersa nella natura.

Mi è piaciuto come la Coppola abbia rappresentato la claustrofobia emanata dal microcosmo del collegio, che sembra contemporaneamente lontano da tutto ma nei pressi di ogni cosa (i soldati sudisti passano da quelle parti ma proseguono in fretta, il rumore delle bombe è chiaro e udibile ma non pericoloso): la presenza del soldato nemico in un primo momento è fonte di disagio fra le abitanti della casa – e gli otto personaggi sembrano essere le uniche persone rimaste in un’America dilaniata dagli scontri intestini – ma molto presto le donne faranno la conoscenza dell’uomo sotto l’uniforme e inizieranno a considerarlo non più come un prigioniero di guerra, ma come loro ospite.

La fotografia di Philippe Le Sourd dipinge con immagini abbacinanti il piccolo mondo messo in scena dalla Coppola, dando il meglio di se nei fotogrammi naturalistici all’esterno della magione. L’illuminazione realista, fatta di candelabri e lampade ad olio, richiama in gran parte le atmosfere di Barry Lyndon  e I Duellanti (e non potrebbe essere altrimenti per film del genere che vogliono essere presi sul serio) e a tratti tutto è opprimente e soffocante.

La scena migliore arriva nei primi minuti e vede Nicole Kidman lavare il corpo esanime di Colin Farrell: la Coppola è bravissima a mostrarci il subdolo senso di lussuria che inizia a strisciare dentro l’algida direttrice, a solleticarle la pelle, ma anche a metterla in guardia (davvero bello il primo piano sulle mani sporche del soldato, inquadrate come fossero le mani di un morto).

Purtroppo il film rimane sempre troppo composto, sempre troppo elegante. E’ un film da mignolo sollevato, lontanissimo dalle pulsioni messe in scena da Siegel negli anni ’70, mai brutale, mai forte, ma soprattutto fortemente contraddittorio.

Il personaggio di Farrell, seppur emblema del vizio e della perdizione, non è mai un personaggio negativo. Semmai sono le padrone di casa (le tre delle quali ci si accorge, per lo meno: escluse la Fanning, la Kidman e la Dunst, le bambine sono indistinguibili le une dalle altre e senza alcuna personalità) a rappresentare tutti i difetti di questo mondo: la Coppola dipinge le sue protagoniste come esseri altezzosi, manipolatrici, subdole, viscide, arroganti, profondamente invidiose, con una gentilezza che è solo apparenza e modi di fare tanto eleganti quanto finti.

Un po’ come questo film.

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