Reverie, il manhua onirico di Golo Zhao | Recensione

Pubblicato il 22 Agosto 2017 alle 10:00

Bao Publishing inaugura una collana tutta dedicata al fumetto cinese contemporaneo e uno dei primi titoli appartiene a Golo Zhao, uno degli autori cinesi più famosi in Europa: si tratta di Reverie, manhua che immerge il lettore nelle fantasie di un giovane scrittore in viaggio a Parigi.

La parola Bao ora non indicherà solo una delle case editrici di fumetti più importanti in suolo italiano, ma anche una collana specifica tutta dedicata ai manhua, termine con il quale si indicano i fumetti cinesi: inoltre il caso vuole che bao in cinese significhi tesoro, e uno dei tesori proposti da Bao Publishing è un manhua color seppia scritto e disegnato da Golo Zhao, Reverie.

Golo Zhao è particolarmente noto in Europa, specialmente dopo aver vinto al Festival di Angouleme con la serie di Yaya, pubblicata anche in Italia. Se, però, con Yaya Zhao ci aveva mostrato il suo talento nel disegno, con Reverie lo vediamo all’opera come autore completo.

Reverie non racconta una storia, ma tante storie… Anzi, tanti spunti per tante possibili storie, storie che forse Z-Jun, un giovane scrittore in viaggio a Parigi, un giorno scriverà, ma che per ora vivono solo nella sua testa. Il ragazzo si trova nella capitale francese per incontrare Dominique, una giovane donna di origini cinesi che sta studiando in città e per la quale prova qualcosa.

Ma non è questo il perno di Reverie: infatti il lettore viene fin da subito catturato da tralci di storie di ogni genere, che a Z-Jun saltano in mente nel corso di poche ore a Parigi, circa due giorni. Lo scrittore viene impressionato da alcuni particolari che al lettore potranno sfuggire, ad una prima lettura: particolari che lo ispirano per romanzi di fantascienza e gialli, ma non solo, con risvolti anche inquietanti o semplicemente surreali.

Dai casi impossibili dell’Ispettore Nicolas alla storia di una ragazza che viene da Marte, da un dramma che ha come protagonista una malattia che “buca” le persone all’incontro impossibile con Hopper a Debussy (sullo stile di Midnight in Paris), il lettore verrà trasportato capitolo dopo capitolo, ballonzolato da un sogno all’altro attraverso una narrazione onirica e confusa: caratteristica che può piacere o non piacere, a seconda delle inclinazioni del lettore.

L’aggettivo migliore per descrivere Reverie è senza alcun dubbio “onirico” (“reverie” in francese significa “sognare ad occhi aperti”, e “Reverie” è anche il nome di un brano di Debussy che sia J-Zun che Dominique amano): non solo per la natura della trama, ma anche per la tavolozza utilizzata da Zhao dall’inizio alla fine del manhua. Impossibile non calarsi nell’atmosfera sognante di quei toni di seppia, che regalano ad un’ambientazione già carica di nostalgia (impossibile immaginare Parigi senza anche il suo passato) quella sospensione temporale grazie alla quale tutto può succedere.

Di primo impatto Reverie può spiazzare il lettore non avvezzo alle trame che si perdono in se stesse, con mini-storie che cominciano in un capitolo per poi non terminare più; ma sarà particolarmente apprezzato da chi si perde volentieri in fuggevoli fantasticherie da scrittore a caccia di una storia… anche a costo di perdere il contatto con la realtà.

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