L’autore di Rughe, Paco Roca, in un altro malinconico viaggio nelle emozioni targato Tunué

Ci sono autori, che non si appoggiano a una prosa ridondante, o a disegni complessi e ricercati per dare spessore alla storia che intendono raccontare; preferiscono affidarsi ai propri personaggi, alle atmosfere che anche un semplice colore può evocare, a un luogo e ai ricordi che questo riporta alla mente.

Paco Roca può certo essere annoverato nella categoria di cui si parla. La sua ultima fatica, La casa, è un fulgido esempio di minimalismo retorico. Non ci sono verbose didascalie a condurre il lettore nel viaggio emotivo che intende narrare.

Tutto è lasciato ai dialoghi dei protagonisti della vicenda: José, Vincente e Carla. Tre fratelli che tornano all’indomani della morte del padre Antonio nella casa dove questi aveva passato gli ultimi giorni.

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Da principio i figli intendono vendere la proprietà, ma l’ondata d’immagini, ricordi che questa custodisce, li investe con inaspettata forza, spingendoli a chiedersi se non sia il caso di desistere da tale proposito.

La casa è abbandonata e in qualche modo morta come il proprietario che l’ha faticosamente eretta, ma pronta a riprendere vita attraverso i flashback dei tre fratelli. Così José, l’artista mai compreso, Vincente, il maggiore su cui gravavano tutte le responsabilità e Carla, la più giovane e amata, devono fare i conti ad ogni camera che spalancano, ad ogni locale che visitano, con il passato che condividevano con il defunto genitore.

Un passato che li porta a riavvicinarsi tra loro e a riscoprire il valore di un luogo che per continuare a vivere deve a sua volta trovare dimora in una “casa”, tenuta insieme non da cemento e mattoni, ma da legami affettivi e sentimenti.

Paco Roca si dimostra ancora una volta a suo agio con tematiche universali come il trascorrere del tempo, argomento che rende inevitabile un paragone con la sua opera più blasonata, Rughe. Se in quest’ultima, l’autore si concentra su una problematica quale l’alzheimer, raccontando la strenua lotta del protagonista per trattenere i ricordi che la malattia gli ruba di giorno in giorno, ne “La casa” affronta il tema della memoria da una prospettiva diversa.

I ricordi che si ripropongono ai protagonisti attraverso gli oggetti dell’abitazione vengono offuscati non dal decorso di un male incurabile, ma dal semplice trascorrere del tempo che trascura le buone intenzioni del presente in favore delle ansie del futuro, cancellando di fatto ciò è passato.

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Una delle tavole di apertura de “La casa”

Emblematica è la scena finale della storia in cui Manolo, un vecchio vicino di casa di Antonio, decide di sradicare un fico mai attecchito che l’amico aveva piantato nella casa anni prima.

Un simbolo estremamente espressivo dell’abbandono e della noncuranza dei giovani nei confronti di ciò che è irrilevante per il loro quotidiano e che dimostra quanto ad essere veramente caduco, non sia la nostra vita, quanto il non essere amati e dunque ricordati dopo che questa ha concluso il suo percorso.

La casa è un piccolo gioiello che merita di essere letto perché tocca il cuore, perché fa riflettere, perché rappresenta ciò che l’arte del fumetto può esprimere quando è particolarmente ispirata. Una graphic novel che tratta il trascorrere del tempo, ma destinata a vincerlo mettendo “casa” nei cuori di tutti i lettori.

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