Revenant – Redivivo – Recensione

Pubblicato il 18 Gennaio 2016 alle 23:53

Louisiana francese, 1823. Nelle terre selvagge, un gruppo di trapper viene attaccato da una tribù di indiani Arikara. Tra i superstiti c’è l’esperto cacciatore Hugh Glass e suo figlio Hawk, avuto da un’indiana Pawnee uccisa tempo addietro in un assalto militare. Aggredito da un grizzly, Hugh viene dato per morto ed abbandonato dai suoi compagni. Sostenuto dalla brama di vendetta, dovrà affrontare una terribile lotta per la sopravvivenza.

Revenant - Redivivo

Capita raramente che un regista si renda protagonista di due clamorosi exploit nel giro di altrettanti anni. Anzi, stando alle date d’uscita di Birdman e Revenant – Redivivo, le ultime due prove del messicano Alejandro González Iñárritu, parliamo di appena quindici mesi di distanza tra l’uno e l’altro. Birdman è stato un film tanto ammaliante quanto controverso. Qualcuno l’ha definito un geniale e coraggioso attacco ad una Hollywood intasata dai blockbuster mentre altri l’hanno ritenuto un esercizio di stile autoreferenziale e con la puzza sotto al naso. Culmine simbolico di tale controversia è stata la cerimonia degli Oscar dello scorso anno che si aprì con un numero musicale che celebrava il cinema d’intrattenimento e si concluse con la consegna della statuetta per il Miglior Film a Birdman. Evidentemente la coerenza e lo show-business non vanno di pari passo.

Revenant – Redivivo non denota lo stesso spirito polemico e non ha quindi sollevato lo stesso polverone ma ha di nuovo fatto incetta di nomination agli Oscar e sta già raccogliendo numerosi premi. Tratto dal romanzo di Michael Punke, basato sulla vera storia, ammantata di leggenda, del cacciatore di pelli Hugh Glass, il film è un’epica avventura di frontiera che rimanda allo spirito delle opere di John Ford fino ai più recenti L’ultimo dei Mohicani e Balla coi lupi, con la cifra stilistica di Iñárritu che, a tratti, esalta la narrazione ma tende anche a soffocarla con un certo autocompiacimento autoriale.

In seguito alla terribile aggressione di un grizzly, scena iconica del film, il protagonista riporta ferite alla gola che gli rendono impossibile parlare. Leonardo DiCaprio trascorre così gran parte del film in silenzio e deve recitare solo con sguardi ed espressioni in una performance estrema sul piano fisico. Di certo il protagonista non ha e non può avere le sfaccettature di altri personaggi interpretati dall’attore ma l’Oscar è già assicurato, quantomeno perché l’Academy deve rimediare ad ingiustizie passate.

Nel cast di supporto troviamo un Tom Hardy più cattivo che ne Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno e più brutale che in Mad Max: Fury Road. Gli fa da contraltare Will Poulter, onesto, ingenuo e spaventato. Dopo Star Wars: Il Risveglio della Forza ritroviamo un ottimo Domhnall Gleeson ancora nella divisa di una figura istituzionale e autoritaria.

Il dipanarsi della trama non brilla certo per originalità. E’ una storia di vendetta che alterna sequenze thrilling a realistici combattimenti di cruda violenza con qualche inserto metafisico e prolungate contemplazioni di maestosi scenari naturalistici. In tal senso il film richiama alla mente alcuni lavori di Terrence Malick. I due registi hanno tra l’altro in comune il direttore della fotografia, lo straordinario Emmanuel Lubezki, col quale collaborano di frequente.

Sembra che il regista non si preoccupi molto di dire qualcosa di nuovo, anzi, ripercorre sentieri già noti, ma è senz’altro un film di straordinaria bellezza formale che fa molto affidamento alla presenza scenica degli interpreti e farà felici gli esteti.

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