Arrivato anche in home video con l’anno nuovo grazie a Universal Pictures Home Entertainment Italy, C’era una volta…a Hollywood il nono film di Quentin Tarantino conferma l’omaggio del regista al passaggio dalla vecchia alla New Hollywood del 1969, anno spartiacque non solo per il primo uomo sulla Luna.
L’attore televisivo Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e la sua storica controfigura Cliff Booth (Brad Pitt) cercano di farsi strada in una Hollywood che ormai non riconoscono più. Parallelamente i vicini di casa di Rick, Roman Polanski e Sharon Tate (Margot Robbie), si preparare a ricevere una visita inaspettata (il massacro di Charles Manson)… con plot twist finale.
Nei tanti extra in pillole che arricchiscono l’edizione blu-ray del nono film di Tarantino, viene mostrato l’enorme lavoro di preparazione di tutti i reparti per ricreare la magia di un’epoca d’oro e allo stesso tempo di passaggio per Hollywood.
Nelle 7 scene supplementari presenti di quasi 30 minuti in totale alcune pubblicità dell’epoca e alcune sequenze dalla serie Bounty Law e dal film con Rick Dalton, James Stacy (Timothy Olyphant), Wayne Maunder (Luke Perry al suo ultimo ruolo) diretto da Sam Wanamaker (Nicholas Hammond), compreso un’intenso e ironico dialogo tra quest’ultimo e la star interpretata da DiCaprio.
Tra gli intervistati dei contenuti speciali anche la produttrice Shannon McIntosh, che ricorda come questo sia il “Roma” di Tarantino, riferendosi al film di Cuaron nella dimensione del ricordo (Tarantino all’epoca aveva solo 6 o 7 anni). Los Angeles all’epoca era una città radiofonica, ed è anche questo che hanno voluto ricreare come racconta Quentin in La lettera d’amore di Quentin Tarantino a Hollywood. Come testimonia anche Kurt Russell che ha vissuto davvero quell’epoca e recita nel film, e insieme a Bruce Lee e Burt è stato la trinità di riferimento per Tarantino nel ricreare quell’epoca. Come dice Brad Pitt: “E’ un film che ha sorprendentemente buoni sentimenti… ma non se conosci Quentin”.
In Bob Richardson – Per l’amore del film il direttore della fotografia Robert Richardson racconta il rapporto speciale con Tarantino con cui ha collaborato in ogni film da Kill Bill in poi, a parte uno. A Bob piace lavorare in digitale ma adora grazie a Quentin tornare a girare in pellicola, non 70 mm come The Hateful Eight ma 35 mm perché altrimenti non avrebbero potuto usare lo zoom, più alcune sequenze girate in 16 mm in bianco e nero e addirittura in Super8. Come racconta tra gli altri Barbara Ling la production designer.
In Parliamo di lavoro – Le auto del 1969 Steven Butcher coordinatore auto di Los Angeles insieme allo storico collaboratore Leonard Jefferson ha letteralmente scovato e ritinteggiato le auto del film dalle vere auto dell’epoca, come racconta anche il produttore David Heyman. Quentin voleva che sembrassero autentiche, un’auto è stata riutilizzata da quella del protagonista de Le Iene, la Porsche festeggiava il 100° anniversario e quindi era ben lieta di mettere a disposizione 3 modelli d’epoca piuttosto che auto nuove e mai viste per lanciarle sul mercato, una era l’auto di Steve MacQueen (Damian Lewis) le altre due di Jay Sebring (Emile Hirsch). Per quella di Tex Watson (Austin Butler), aveva recuperato da un collezionista la vera auto degli omicidi ma hanno preferito creare una replica e utilizzarla solo come fonte.
Come raccontano i produttori in Ricreare Hollywood – Le scenografie di C’era una volta… a Hollywood gli spettatori diranno “E’tutta CGI” ma in realtà è stato fatto un grande lavoro per ricreare le scenografie, le auto, gli esterni e gli interni della Los Angeles dell’epoca. “Per quanto sia cambiata resta sempre Los Angeles”. Nancy Haigh è stata bravissima a ricreare rientrando nel budget le scenografie della vecchia Hollywood, compresa l’idea di chiudere Hollywood Boulevard e riaprirla in tempo per i commercianti modificando le facciate. Per fortuna la maggior parte dei cinema sono rimasti esternamente pur avendo cambiato attività internamente. Come racconta Rick Schuler il supervising location manager. Lo stesso dicasi per gli studios Universal per le serie western, una scuola a Norwalk utilizzata per l’interno degli studios e lo Spahn Ranch ricostruito solo in facciata, come racconta anche Dakota Fanning (Squeaky).
Per finire in La moda del 1969 la costume designer Arianne Phillips racconta la sfida di ricreare la moda anni ’60 creando un vocabolario visivo per i personaggi. Secondo lei infatti i costumisti sono una sorta di detective che svelano il carattere dei personaggi: “Un costume è un costume finché un attore non lo indossa e lo porta in vita”.
Tra questi soprattutto per Sharon Tate, icona di moda ancora oggi come racconta Margot Robbie, hanno avuto degli input dalla sorella Beth che ha collaborato e ha fornito anche piccoli gioielli appartenuti realmente a Sharon e che la Robbie indossa nel film insieme agli abiti che invece sono stati ricreati. Questi accessori hanno dato una sorta di energia spirituale alla Robbie e al film stesso, volevano ricreare la persona più che l’icona (ecco il perché della scena al cinema per esempio). Era come disegnare per due film, quello ambientato nel 1969 e quello che giravano, come raccontano Perry e Olyphant.
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