Dopo aver diretto il primo episodio di The Mandalorian e Thor: Ragnarok, il regista neozelandese Taika Waititi si mette alla prova, questa volta attraverso il trattamento di delicati temi, confezionando con Jojo Rabbit una commedia drammatica ambientata durante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale.

DBZK

Supportato da Scarlett Johansson e dal piccolo Roman Griffin Davis, Waititi partecipa a 360° (grazie anche al suo ruolo attoriale) alla realizzazione del film (liberamente adattato dal romanzo Il cielo in gabbia di Christine Leunens) più bello della sua carriera.

GIOVENTÙ HITLERIANA

Johannes Betzler (Roman Griffin Davis), meglio conosciuto da tutti come “Jojo”, è il prototipo perfetto del bambino tedesco del Terzo Reich: il suo corpo e il suo spirito sono devoti al Führer, al salvatore e protettore della patria tedesca, Adolf Hitler.

Per un bambino nato e cresciuto sotto la dittatura, esiste solo un unico grande “supereroe” ed è normale dunque che, il suo fanatismo alimentato da un “ardore” tutto giovanile e una tipica affettuosa ingenuità infantile, lo porti a sviluppare un amico immaginario dalle sembianze del dittatore tedesco (Taika Waititi).

L’Hitler immaginario accompagnerà Jojo nei primi passi nella Hitler-Jugend, mentre dall’altro lato la madre Rosie (Scarlett Johansson), provata dalla guerra, proverà a proteggerlo indirizzandolo ad un’infanzia da bambino “libero”.

E la tensione fra questi due poli presenti nella vita di Jojo si acutizzerà quando, improvvisamente, il bambino si troverà a condividere lo stesso tetto con Elsa, un’adolescente ebrea sfuggita ai rastrellamenti nazisti. Da quale parte tenderà il cuore dell’intraprendente Jojo “il coniglio”?

UN SORRISO E UNA LACRIMA

Dal drammatico dopoguerra ad ogni, innumerevoli (fortunatamente) sono i prodotti artistici dedicati agli orrori del nazismo e alla folle guerra razziale contro gli ebrei. Nel 2020, a poco meno di settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Jojo Rabbit porta in scena una commedia grottesca, parodica, pungente e drammatica mettendo al centro della narrazione l’indottrinamento del regime verso i più giovani.

L’Hitler che troviamo nel film (portato in scena da un Waititi capace di auto-esaltarsi in un ruolo che enfatizza le sue qualità da comico) è semplicemente un’image, una concretizzazione della fantasia fanatica di un bambino indottrinato dal regime sin dalla culla, non incarnando il “male assoluto” di un’ideologia abbracciata in maniera convinta da migliaia di persone.

La scelta di porre Hitler non fuori, ma a margine dell’attenzione, oltre a creare situazioni grottesche che strappano un sorriso “straniando” lo spettatore (permettendogli di essere lucido nell’analisi dei dati presentati, e così di ragionarci) permette di porre al centro della scena il dramma “umano” causato dai valori propugnati dal nazismo, rappresentato dalle dinamiche create dall’incontro fra Jojo ed Elsa.

Il tono generale del film, nelle situazioni come nelle caratterizzazioni dei personaggi, tende al grottesco, ed è proprio così che lo spettatore riesce ad avere sotto gli occhi quella che effettivamente è stata la realtà dei fatti: certi concetti, ideologie, scelte disperate (come giovanissimi mandati in guerra) fanno parte della storia, nonostante ora se ne rida.

Grazie a ciò, appare più netto lo stacco con i non frequenti, ma altamente coinvolgenti, picchi drammatici, veri e propri colpi allo stomaco dello spettatore. Se calzante e divertente è la performance comica di Waititi come Hitler immaginario, dolce e malinconica è quella di Scarlett Johansson, nei panni di un’amorevole e coraggiosa mamma speranzosa in un mondo migliore (e libero) per suo figlio.

Attraverso un cast dove giganteggia anche il piccolo Roman Griffin Davis, con un sorriso e una lacrima (e tanti schiaffi di “sveglia”, specie visto il contesto sociale e politico europeo, e più nello specifico del nostro Bel Paese) Jojo Rabbit fa sorridere, e durante la proiezione ci fa anche illudere di essere migliori dei nazisti di cui ridiamo.

Ma usciti dalla sala, avvolti dai versi di Rilke (presente e vivo nel film, non a caso, essendo poeta d’ammirevole dolcezza), è una malinconica felicità che ci assale: siamo liberi di essere noi stessi grazie al sangue e alle sofferenze di generazioni precedenti, col pericolo (inciampando facilmente nel “germe” nazista) però che odio e guerra ci privino nuovamente dell’umanità e, a tanti bambini, della loro ingenua e spensierata infanzia.

Riso e pianto: emozioni che ci fanno sentire vivi, umani, una condizione (nostra e degli altri) che ora più che mai dobbiamo difendere.

“Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore.
Si deve sempre andare:
nessun sentire è mai troppo lontano.”
– Rainer Maria Rilke

 

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