Dopo aver raccolto consensi unanimi di critica e pubblico, con uno sforzo editoriale non indifferente, il webcomic Rusty Dogs arriva in formato cartaceo in un massiccio volume di quasi 300 pagine che raccoglie tutti e cinquanta i capitoli pubblicati gratuitamente sul web fra il 2009 e il 2019.

Dietro Rusty Dogs c’è Emiliano Longobardi autore di tutti i capitoli che utilizza la forma della storia breve – 3/4 pagine – coadiuvato da 50 disegnatori fra nomi noti e meno noti del panorama fumettistico nazionale.

Quello di Longobardi è un affresco magistralmente crime/noir. Non vi è infatti una vera e propria trama orizzontale che unisce le storie piuttosto un sottile filo rosso che le lega in una consequenzialità di eventi che fanno assumere al termine serendipità sfumature sinistre ore più tendenti al rosso ora al nero.

L’autore affresca una città, una New York dimenticata dal tempo forse, dove l’ombra dei vecchi boss di quartiere è ancora lunga e dove la vecchia generazione, sicura del codice d’onore che l’aveva contraddistinta, sgomita con quella nuova più spietata e vogliosa di prendere il controllo.

Poliziotti induriti e disincantati assistono inermi a fatti violenti mentre un carosello di umanità disperata, spietata ma mai distratta vive la sua vita nel “quartiere” cercando riscatto, legittimazione, amore, potere.

Emiliano Longobardi sfugge fortunatamente dalla tentazione, tutta nostrana, di sconfinare nel neorealismo che ha fatto la fortuna della produzione letterario-televisiva italiana degli ultimi anni preferendo un approccio più classico: il crimine non paga.

Non c’è amore nel cuore della città narrata dall’autore sardo ma disperazione, rimpianti e amarezza veri collanti di un mosaico che ruota sinistramente attorno alla figura del boss Tobey Munger ovvero il perno attorno a cui le vite di tutto il quartiere si attorcigliano.

In questa narrazione complessa, spesso frammentaria, di brevissimi capitoli i cui avvenimenti vengono spesso ripresi in più battute e da più punti di vista, Rusty Dogs ricorda una versione più straziante del capolavoro televisivo The Wire.

Nel complesso affresco, rigorosamente in bianco e nero, intessuto da Longobardi si avvicendano in maniera frenetica ben 50 disegnatori ovvero il meglio delle matite italiane fra veterani, emergenti e nomi che da lì a qualche anno sarebbero stati consacrati.

Ecco quindi che spiccano i capitoli più melliflui di Keison Bevilacqua o Massimo Dall’Oglio, che si alternano ai cazzotti nello stomaco di Lorenzo Palloni, Riccardo Torti Rossano Piccioni, Emanuele Gizzi o Lelio Bonaccorso.

C’è spazio anche per “pezzi grossi” come Giuseppe Palumbo, Werther Dell’Edera o Riccardo Burchielli.

Dal punto di vista grafico non c’è spazio per la sperimentazione fine a sé stessa: il bianco e nero è una invisibile mano che “costringe” i disegnatori ad un approccio che predilige la chiarezza dello story-telling, e quindi una impostazione più classica, mentre è nello studio del chiaroscuro e nell’utilizzo dei neri seguendo la scuola italiana, ma anche argentina, che i tratti eterogenei vengono esaltati nelle rispettive caratteristiche che rimangono tutte riconoscibili.

Rusty Dogs rappresenta il concetto stesso di webcomic all’ennesima potenza, la dimostrazione che l’evoluzione del nostro medium preferito è possibile senza snaturarsi ma rappresenta anche una lettera d’amore ad un genere capace di scavare a fondo nell’animo umano.

Dal punto di vista carto-tecnico il volume si presenta come un solidissimo brossurato con alette dalla carta porosa. Ottima la qualità di stampa ed essenziale dal punto di vista redazionale, il volume non è però impeccabile dal punto di vista della cura editoriale ma è un peccato decisamente veniale a fronte di uno sforzo produttivo improbo.

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