Fin dalle prime scene di City on a Hill, la nuova serie di Showtime dal 3 settembre su Sky Atlantic, sembra di essere gettati in un prodotto a metà strada fra un true crime che tratta di differenza razziale a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, un noir dalle tinte fosche e un buddy cop movie in cui i due poliziotti (o comunque membri della legge) protagonisti sono agli antipodi ma si ritroveranno a collaborare insieme e a comprendere meglio l’altro.

E’ proprio da quest’ultimo presupposto che parte questa storia, prodotta dai buddies Ben Affleck e Matt Damon e ispirato alla storia vera del “Boston Miracle“. Da un lato lo stimato ma corrotto agente dell’FBI Jackie Rohr (un Kevin Bacon che ritorna in tv dopo The Following), senza peli sulla lingua, rozzo, indisciplinato, apparentemente senza coscienza, occasionalmente razzista e omofobo. Dall’altro il viceprocuratore distrettuale di colore Decourcy Ward (Aldis Hodge), che vorrebbe diventare sindaco della città ma non riesce a comprenderla, trasferito da Brooklyn pieno di ideali, giusto e irreprensibile.

Vuoi perché prima o poi tutti facciamo i conti con la realtà dei fatti – in questo caso che avrà bisogno di “alleati” per la sua scalata e soprattutto per rendere la città un posto migliore. Vuoi perché – come spesso accade – anche Rohr potrebbe aver bisogno dell’irreprensibilità e della posizione di Ward, i due inizieranno un sodalizio tanto improbabile quanto promettente per i risultati che potrebbe ottenere. C’è uno scambio di battute emblematico nel primo episodio fra i due alla domanda “Cosa vuoi veramente a lungo termine?” “Arrivare alla pensione senza troppi scossoni e senza dover davvero lavorare nemmeno un giorno” “Sradicare la città dalle sue fondamenta e mandare tutti a quel paese”.

Nato quasi da una costola di The Shield, meno brutale ma altrettanto “nero” nel senso del marcio di ciò che racconta, City on a Hill mostra la rinascita di una città e della sua popolazione. La vita, come spesso capita in queste storie, si troverà invischiata a triplo filo con quella del criminale Frankie – un interessante Jonathan Tucker che sembra uscito direttamente dai Black Donnellys di cui era protagonista, anche qui è un irlandese immigrato che deve tenere a bada le schermaglie del fratello minore, mentre cerca di fare il marito, padre, commesso e sopravvivere. Le strade di Jackie, Ward, Frankie continueranno a intersecarsi vicendevolmente, poiché il confine fra giusto e sbagliato, come sappiamo, non sempre è ben delineato.

La Boston di City on a Hill è decadente, ingrata, non fa sconti a nessuno, proprio come le persone senza scrupoli che la popolano. La fotografia costantemente sui toni del grigio e del marrone evoca quel senso di noir e di città spezzata che permette di allinearsi subito con l’atmosfera e con le sfumature che racconta. La città è cuore pulsante del serial, quarto protagonista silente che non rimane sullo sfondo ma continua ad attaccare i personaggi in preda ad un dilagante criminalità che coinvolge anche coloro che sono dalla parte della legge. La serialità da un certo punto in poi ha preferito gli anti-eroi agli eroi, il grigio al bianco e nero, forse perché più vicino alla realtà dei fatti, forse perché più vicino alla realtà di oggi contro la nostalgia “dei bei tempi andati”, eppure City on a Hill racconta del passato recente proprio come farebbe oggi degli scontri razziali, delle lotte intestine di quartiere, di una “città sulla collina” che cerca il modo di rinascere per poter sopravvivere essa stessa.

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