Questo articolo si dovrebbe aprire sciorinando una serie di numeri e cifre. Quelli generati dalla nostra industria del fumetto – una delle più attive sia dal punto di vista della produzione che della licenza – e dal suo indotto con i visitatori che affollano Lucca Comics and Games, Napoli Comicon, Etna Comics e via discorrendo.

Questo servirebbe (?) da solo a dimostrare all’attore Toni Servillo come le sue dichiarazioni siano abbastanza desuete.

Ovviamente mi sto riferendo a quelle rilasciate durante un’intervista per la promozione di “5 è il numero perfetto” trasposizione cinematografica dell’opera, manteniamoci neutri, di Igort.

Servillo ne parla infatti così:

L’attore appare subito infastidito dal fatto che si parli di un film tratto da un fumetto che definisce “riduttivo” e si affretta ad etichettare il lavoro di Igort come graphic novel che, complice forse la terminologia anglosassone, sarebbe un “genere” più nobile e più vicino alla letteratura. La chiusura poi è forse la dichiarazione più imbarazzante perché il fumetto, nella forma di Topolino, non sarebbe mai arrivato al cinema.

In poco più di 5 minuti di intervista, Servillo dimostra tutta la sua ignoranza e supponenza verso un mondo che evidentemente non gli appartiene piegando termini e diciture in maniera qualunquista e tirando in ballo il povero Topolino accostandosi così a figure politiche di bassissima caratura che trovano nella creatura di Walt Disney il capro espiatorio per denigrare i propri avversari.

A questo punto bisognerebbe citare Eco, Eisner, Groensteen e McCloud per spiegare a Servillo la “differenza” fra fumetto e graphic novel, una differenza che affonda le sue radici tanto nella forma quanto nella sostanza ma di cui penso francamente all’attore interessi poco.

Quello che invece colpisce è come Servillo parli davvero poco del film e sia più impegnato ad affrancare il lavoro cinematografico da quello cartaceo, anche dello stesso Igort che oltre ad essere autore è anche il regista del film, ciarlando di bidimensionalità e tridimensionalità e di taglio cinematografico del disegno di Igort, qualcosa che farebbe accapponare la pelle al già citato Groensteen.

Ora la domanda sorge spontanea: che male le hanno fatto i fumetti sig. Servillo?

Quello che colpisce è la spasmodica ricerca di voler etichettare, additare, o più semplicemente cercare un antagonismo a prescindere per sentirsi rassicurati: è stato davvero così importante voler rimarcare una differenza fra fumetto e graphic novel?

No. Non lo è stato in termini di promozione del film. Se si recita in un film tratto da un fumetto non bisognerebbe criticare quel medium proprio in fase di promozione della pellicola è, commercialmente parlando, un auto-goal clamoroso ma non perché gli incassi saranno bassi piuttosto perché è un bacino a cui l’industria cinematografica italiana potrebbe anzi dovrebbe attingere per rifocillarsi.

E no non lo è stato in termini di avanzamento della cultura e della percezione di essa in Italia. Cosa la infastidisce della nostra cultura? Forse il fatto che possa parlare a tutti grandi e piccini, che possa parlare a diverse estrazioni sociali senza nessun tipo di discriminazione? O forse che la nostra cultura è una delle poche che vive e prospera ancora grazie all’inerzia della passione e dall’entusiasmo? O la disturba doversi recare in una edicola ancor prima che in una libreria specializzata per poter entrare in contatto con un fumetto?

Così come è inequivocabile la popolarità delle sue basi – ha mai sentito parlare di Tex e/o dello sforzo editoriale a lui connesso? – il fumetto italiano ha regalato pagine fondamentali alla letteratura mondiale: Hugo Pratt e il suo Corto Maltese sono fumetti, usciti a puntate su riviste, ma davvero dovremmo sindacarne il lirismo?

La questione è vecchia: il prodotto seriale è meno “nobile” di uno percepito come elitario. Più il linguaggio è rarefatto più ci avvicineremo alla “cultura alta”? Spendere 5€ non equivale in termini di arricchimento a spenderne 20€ seguendo il modo di etichettare la produzione odierna dei fumetti?

Per esponenti come lei della “cultura” in Italia uno dei pochi indotti produttivi rimarrà per sempre relegato in un sottoscala – cinema di genere, animazione, fumetto e arti visive in generale – schiavizzato da una visione paternalistica e accademica arida e specchio di come purtroppo è diventato da qualche anno il nostro bel paese anche in ambiti ben più delicati.

 

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2 Commenti

  1. Sai cosa mi infastidisce di questi articoli? La presunzione con cui chi li scrive si mette su un piano superiore. Come se la propria passione, per il fatto di essere la sua, fosse intoccabile. Se ne può parlare solo bene o non parlarne affatto. Come se invece lui fosse un essere puro che non ha mai additato, disprezzato o etichettato, o come se il fatto di non essere “famoso” unito al fatto che “io sono io” lo legittimassero. Come se non avesse mai parlato con disprezzo dei “gusti di massa” e “italiano medio” o dei “falsi fan”. Questi articoli non riscattano nulla. Non danno lezioni. Non sono obiettivi, visto che compensano o credono di farlo sopravvalutando invece ogni cosa per il semplice fatto di essere longeva, remunerativa o solo per non voler ammettere che no, quando scrivono Topolino non hanno in mente come target un quarantenne calvo e che se in vita tua hai letto solo quello forse è il caso di non basarci sopra opinioni e competenze, così come non è “figo” spendere i soldi delle bollette nella quarta statuina uguale (chiamarla action figure non cambia il fatto che è una statuina). L’unico risultato di questi articoli di lagna è alimentare la fiamma del rosicare e del borbottare. A Servillo i fumetti non avranno fatto nulla, ma il fatto che lui disprezzi i fumetti non fa nulla a voi. Non puoi obbligare una persona a stimare qualcosa, ad amarla, né pretendere che ne parli solo bene così tu non ti offendi. Invece di scrivere ogni volta 20 righe al vetriolo che vi fanno fare l’unica figura del bambino col moccio al naso che piange perché gli hanno detto che la macchinina è brutta, imparate che non è affatto necessario prendere tutto sul personale. Che pretendere che la gente smetta di avere giudizi negativi su ciò che ti piace perché ti piace è stupido. Che pretendere che smetta in generale lo è anche di più. La gente, tutti, tu per primo, darà sempre etichette, giudicherà e disprezzerà, e l’unica soluzione è la lobotomia di massa. Ma  tu il fumetto te lo leggere e venerare come ti piace, mettendolo sul piedistallo e inchinandoti ad esso come al dio d’intrattenimento, convivendo allegramente col fatto che c’è chi lo reputa carta igienica colorata e senza dover ogni volta piagnucolare con la pretesa che il mondo non deve fare più una cosa perché a te non piace e che una volta che avrai scritto la tua pappardella tutti apriranno gli occhi e ti daranno ragione.

  2. a me ha lasciato solo l’assolutismo di Servillo che ha dato una opinione non richiesta di un qualcosa che non conosce e che non gli interessa. Allo stesso modo chi apprezza più il fumetto e meno il film ha lo stesso diritto di dire la sua. A me Servillo per esempio non piace, mi annoia, non mi attira. Se guarderò il film lo farò per Igort e la Golino che invece (a tratti) mi piace. Ovviamente non sparo sul cinema in generale come non lo ha fatto Domenico: onore a Igort per questa nuova esperienza, meno a chi ha organizzato l’intervista di Servillo che poteva educarlo meglio a non offendere nessuno gratis ^^

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