Togliendo gli strati di genere e arrivando fino al succo della questione, Parasite non è molto diverso da Snowpiercer, primo film statunitense di Bong Joon-Ho e il suo più celebre in Occidente: lì la critica al classismo veniva raccontata con l’orizzontalità di un treno, ogni vagone era il sottobosco di un livello sociale e ne simboleggiava i modi di vivere dei rappresentati di quel determinata categoria, mentre in Parasite lo stesso argomento viene narrato in verticale.

Il senso di viaggio del primo film, da z ad a attraversando una rappresentazione allegorica del mondo, qui si trasforma in uno scavo che dalla superficie vuole arrivare al fondo, dalla pelle al cuore di tenebra dell’umanità.

Ottavo lungometraggio del regista sud-coreano, Parasite – Gisaengchung per i puristi della lingua – racconta la storia della famiglia Ki-taek, composta da figlio figlia madre padre (interpretato dal grande Song Kang-ho, che per Bong Jooh Ho è ciò che DiCaprio è per Scorsese e che qui è alla sua prova migliore dai tempi di Memories of Murder), tutti ovviamente disoccupati in una Corea del Sud affossata dalla crisi dove ci si arrabatta come si può, scroccando il wifi a chi abita al piano di sopra (chi vive in alto gode di molte più comodità di quelli che vivono in basso, quest’idea di piramide sociale è presente fin dalla primissima scena) o montando scatole per una catena di pizza a domicilio per guadagnare qualche soldo.

La trama parte subito quando il figlio si ritrova per le mani l’incarico di dover dare lezioni d’inglese alla figlia adolescente dei Park, una famiglia ricchissima che abita in una villa da extra-lusso: ammaliato dallo stile di vita aristocratico condotto dai suoi nuovi datori di lavoro, il ragazzo troverà un modo per far assumere la sorella, che a sua volta farà assumere suo padre, che a sua volta farà assumere la moglie, con i Park ignari di aver accolto in casa propria un’intera altra famiglia (i quattro ovviamente faranno finta di non conoscersi, creando situazioni divertentissime).

Come stile di commedia pregna di humor nero ricorda non poco il cinema di Alex de la Iglesia ma può essere considerato anche la risposta coreana al giapponese  Un Affare di Famiglia di Hirokazu Kore’eda (Palma d’Oro l’anno scorso); soprattutto però si discosta tantissimo da Snowpiercer quanto dal precedente Okja, il film più favolistico della sua carriera (e anche quello, paradossalmente, che aveva innescato l’intera vicenda Netflix vs Cannes durante l’edizione 2017 del festival francese), qui c’è un forte senso di nichilismo che domina ogni scena e diventa sempre più crudo nel proseguo della narrazione: non c’è il genere, non ci sono il fantasy o la fantascienza tanto amati dall’autore, che per seguire la filosofia stessa alla base dell’opera decide scientemente di rigettare ogni patina cinematografica; ci sono solo lui, la sua cinepresa e i suoi protagonisti, cavie da laboratorio che Joon Ho si diverte a studiare, a mettere alla prova, a spiare da dietro l’angolo quando finalmente credono di essere soli.

In realtà però da soli non sono mai davvero, e il vero senso del film è proprio questo: il posto più in alto della scala gerarchica si raggiunge sempre e solo declassando gli altri, consapevolmente o meno il successo di uno è sempre l’insuccesso di chi ci è inferiore, perfino i fantasmi sono il frutto del perpetuo arrivismo che domina l’essere umano: i perdenti hanno un odore diverso che sembra rimanere addosso a chi invece ha tutto, a chi può permettersi di badare al superfluo anche nella più incredibile delle situazioni.

C’è un gioco che Joon Ho fa con una luce che è cinema allo stato puro, riassume in codice morse l’idea che ciò che diamo per scontato nella quotidianità – che sia un interruttore, un cellulare o la t-shirt che indossiamo – è il frutto della fatica di qualcuno che neanche mai abbiamo visto, che però da qualche parte esiste davvero.

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