E’ così ottusamente chiuso in se stesso I Morti Non Muoiono di Jim Jarmusch da credere davvero che sia una buona idea prendere lo spunto del cinema di genere romeriano (datato anni ’60 con La Notte dei Morti Viventi, ’78 se vogliamo aggiornarla a Dawn of the Dead), fare finta che nei decenni successivi che sono trascorsi per arrivare al 2019 non ci siano stati altri centinaia di opere che l’hanno intercettata, modificata, edulcorata, aggiornata, e aggiungerci impressioni di post-modernismo a secchiate, con rimandi meta che solo Jarmusch stesso evidentemente considera originali e che servono a commentare ciò che sta succedendo in scena.

Il problema è che non solo in scena non succede praticamente mai niente – i poco più 100 minuti del film sembrano durare più di tutti gli episodi di tutte le stagioni di The Walking Dead messe insieme e visti/e consecutivamente – ma soprattutto che Jarmusch, probabilmente alle prese con un genere che non gli appartiene e che ha provato a fare suo, fallendo, di commento al film ne ha inserito anche un altro, addirittura più estenuante di quello meta-cinematografico (attraverso il quale i protagonisti sanno di essere in un film: lo sanno da subito, lo spettatore più attento lo capisce, ma chi non lo capisce è il film, e in una patetica scena finale Adam Driver e Bill Murray lo palesano facendo la figura di chi ha capito una settimana dopo quella barzelletta raccontata una settimana prima): è il commento socio-politico, sbattuto in faccia attraverso telegiornali, stazioni radio, cappelli che rimandano a slogan trumpiani (i cui possessori non meritano di essere avvertiti della polizia dell’imminente apocalisse zombie, perché chi ha idee politiche diverse da quelle di Jarmusch non merita di respirare la stessa aria di Jarmusch) e perfino personaggi che a loro volta spiegano ciò che sta accadendo!

E’ l’apoteosi della banalità (a Cannes 2018, David Robert Mitchell in Under The Silver Lake fa appiccicare fortuitamente le mani di Andrew Garfield ad un fumetto di Spider-Man, creando una gag geniale, quest’anno Jarmusch in The Dead Don’t Die fa tirar fuori le chiavi del personaggio di Adam Driver, le quali hanno un portachiavi di Star Wars, e gli fa dire: “Che bello Star Wars!”), che non contenta si fa ancora più marcata e stucchevole e insopportabile perché tremendamente auto-indulgente, al punto da arrivare a ritenersi non solo arguta ma perfino divertente: nella fine del mondo targata Jarmusch meritano di sopravvivere solo due tipi di persone, gli alieni (da ritiro della patente e pure della carta d’identità la trasformazione, del tutto ingiustificata, del personaggio di Tilda Swinton, la cui bellezza, quella sì davvero aliena, non basta come contraltare) e i reietti della società, che da quella società vivono da sempre distaccati, magari nei boschi vestiti di stracci ad osservala da lontano: in pratica il tipo di individui che interessano a Jarmusch; anzi, in pratica Jarmusch stesso.

Gli hipster devono morire perché sì e la loro morte non tange nessuno, neanche merita di essere mostrata, gli zombie – ci viene detto, ci viene detto, nel 2019 finalmente ci viene detto! – sono rappresentazioni (non)viventi del consumismo e quindi raccolgono quello che hanno seminato, il governo è cattivo perché la Terra è uscita dal suo asse e i morti stanno risorgendo ma i tizi al potere continuano a dirci che è tutto sotto controllo (cambiamento climatico, capito?, capito??, capito???): l’unica trovata che un po’ distingue questa roba da qualsiasi altro film di zombie che abbiate mai visto – belli o brutti non fa differenza, perché questo è comunque peggio, perché quasi si vergogna dell’etichetta da film di genere – è l’effetto polvere-nera che sostituisce il sangue, probabilmente escogitato per chiudere l’opera con “cenere alla cenere, polvere alla polvere”. Che di un film non resti che la polvere, tra l’altro, non è un gran bel pregio.

Ma più che un film I Morti Non Muoiono è un divertissement (che però non fa ridere) che Jarmusch ha organizzato come rimpatriata della sua combriccola: i suoi attori feticcio, i suoi collaboratori, i suoi amici (ci sono tutti, Adam Driver, Tilda Swinton, Iggy Pop, Bill Murray, Tom Waits, Steve Buscemi, tutti tutti tutti), riuniti per l’equivalente filmico di una partita di calcetto del giovedì pomeriggio nel cortile sotto casa.

Magari qualche guizzo di bravura c’è anche, ma in fondo in fondo, a chi interessa se non a chi sta giocando?

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