C’è qualcosa di così sublime e complesso nel modo in cui è stato confezionato Deadwood: The Movie da far pensare che quella scritta da David Miltch e diretta da Daniel Minahan è l’unica versione possibile per il revival/epilogo di una delle più acclamate serie della storia della televisione.

La destrezza con la quale Milch (che ha appena annunciato al modo di soffrire di Alzheimer) è riuscito a far (ri)partire questa produzione ha del miracoloso, nella maniera in cui in 110 minuti secchi, spietati e privi di fronzoli porta a compimento la saga sviluppata nelle tre stagioni originali rigettando ogni sorta di manipolazione emotiva – che sarebbe stata del tutto lecita, considerate le schiere di fan che da anni chiedono la realizzazione di un progetto simile – per concentrarsi esclusivamente sulla potenza dello storytelling: più che un revival in stile Twin Peaks: Il Ritorno sembra di avere a che fare con una narrazione precedentemente interrotta che riparta anni dopo, col narratore onnisciente in grado di dirci tutto su tutti, cosa sia successo in questi anni a questo o a quel personaggio, e la sensazione suscitata è quella di rientrare nella vita di vecchi amici di cui si erano perse le tracce anni fa.

Nel montaggio c’è tutto un lavoro magistrale che associa i ricordi degli spettatori a quelli dei protagonisti, affastellando le più celebri sequenze della serie originale rievocandole per chi guarda e per chi le ha vissute, quasi a voler inter-scambiare i ruoli di chi assiste passivamente ad un’azione e chi quell’azione invece la subisce.

Il film, più che vivere sulle spalle dello show HBO conclusosi ormai oltre dieci anni fa, vuole riflettere sul passare del tempo e sugli effetti che questo lascia sulle persone, le cicatrici – visibili o meno – con le quali le marchia. Questa chiosa elegiaca finale non mostra minimamente la volontà/necessità di rispondere a domande irrisolte, quanto piuttosto quella più di scoprire cosa succede ai personaggi di una storia anni dopo che quella storia è finita.

Deadwood non è mai stato propriamente un thriller, un po’ come Apocalypse Now non è mai stato davvero un horror, ma Miltch ha comunque l’innata capacità di costruire la suspense o di elaborare l’azione mostrandone in maniera straziante le conseguenze, la violenza e la brutalità morale del mondo che ci racconta. La gravitas che aleggia intorno ad ogni scena è vibrante, ma come tutto e tutti siano legati ad eventi accaduti un decennio prima e come raramente si venga influenzati da tutto ciò che è successo nel frattempo fa pensare più ad una profonda riflessione/metafora sul tema della memoria che al tentativo di imbastire un semplicistico racconto di frontiera: come il miglior tipo di narrativa di genere possibile, Deadwood: The Movie non prescinde necessariamente dal suo contesto (questi personaggi e le tematiche che li amano funzionerebbero anche in altri generi), però ne viene oltremodo esaltato.

E soprattutto si presta ai giochi di sceneggiatura di Milch, che coi suoi dialoghi idiosincratici, a metà fra i monologhi shakespeariani e il lerciume della frontiera, sa come rendere assolutamente specifico questo mondo: il contesto viene dedotto dal linguaggio, mentre chi guarda viene investito da entrambi.

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