Deadwood: Il Film di Daniel Minahan | Recensione

Pubblicato il 5 Giugno 2019 alle 20:00

Il film è prodotto e distribuito dalla HBO Films .

Titolo originale: Deadwood: The Movie
Durata: 110 min.
Genere: drammatico, western
Regia: Daniel Minahan
Sceneggiatura: David Milch
Cast: Timothy Olyphant, Ian McShane, Molly Parker, Paula Malcomson, W. Earl Brown, Dayton Callie, Kim Dickens, Brad Dourif, Anna Gunn, John Hawkes, Leon Rippy, William Sanderson, Robin Weigert, Brent Sexton, Sean Bridgers, Gerald McRaney
Produzione: HBO Films, Red Board Productions, The Mighty Mint
Distribuzione: HBO
Data di uscita: 31 maggio 2019

Matteo Regoli
Matteo Regoli
2019-06-05T20:00:41+00:00
Matteo Regoli

Il film è prodotto e distribuito dalla HBO Films . Titolo originale: Deadwood: The Movie Durata: 110 min. Genere: drammatico, western Regia: Daniel Minahan Sceneggiatura: David Milch Cast: Timothy Olyphant, Ian McShane, Molly Parker, Paula Malcomson, W. Earl Brown, Dayton Callie, Kim Dickens, Brad Dourif, Anna Gunn, John Hawkes, Leon Rippy, William Sanderson, Robin Weigert, Brent Sexton, Sean Bridgers, Gerald McRaney Produzione: HBO Films, Red Board Productions, The Mighty Mint Distribuzione: HBO Data di uscita: 31 maggio 2019

C’è qualcosa di così sublime e complesso nel modo in cui è stato confezionato Deadwood: The Movie da far pensare che quella scritta da David Miltch e diretta da Daniel Minahan è l’unica versione possibile per il revival/epilogo di una delle più acclamate serie della storia della televisione.

La destrezza con la quale Milch (che ha appena annunciato al modo di soffrire di Alzheimer) è riuscito a far (ri)partire questa produzione ha del miracoloso, nella maniera in cui in 110 minuti secchi, spietati e privi di fronzoli porta a compimento la saga sviluppata nelle tre stagioni originali rigettando ogni sorta di manipolazione emotiva – che sarebbe stata del tutto lecita, considerate le schiere di fan che da anni chiedono la realizzazione di un progetto simile – per concentrarsi esclusivamente sulla potenza dello storytelling: più che un revival in stile Twin Peaks: Il Ritorno sembra di avere a che fare con una narrazione precedentemente interrotta che riparta anni dopo, col narratore onnisciente in grado di dirci tutto su tutti, cosa sia successo in questi anni a questo o a quel personaggio, e la sensazione suscitata è quella di rientrare nella vita di vecchi amici di cui si erano perse le tracce anni fa.

Nel montaggio c’è tutto un lavoro magistrale che associa i ricordi degli spettatori a quelli dei protagonisti, affastellando le più celebri sequenze della serie originale rievocandole per chi guarda e per chi le ha vissute, quasi a voler inter-scambiare i ruoli di chi assiste passivamente ad un’azione e chi quell’azione invece la subisce.

Il film, più che vivere sulle spalle dello show HBO conclusosi ormai oltre dieci anni fa, vuole riflettere sul passare del tempo e sugli effetti che questo lascia sulle persone, le cicatrici – visibili o meno – con le quali le marchia. Questa chiosa elegiaca finale non mostra minimamente la volontà/necessità di rispondere a domande irrisolte, quanto piuttosto quella più di scoprire cosa succede ai personaggi di una storia anni dopo che quella storia è finita.

Deadwood non è mai stato propriamente un thriller, un po’ come Apocalypse Now non è mai stato davvero un horror, ma Miltch ha comunque l’innata capacità di costruire la suspense o di elaborare l’azione mostrandone in maniera straziante le conseguenze, la violenza e la brutalità morale del mondo che ci racconta. La gravitas che aleggia intorno ad ogni scena è vibrante, ma come tutto e tutti siano legati ad eventi accaduti un decennio prima e come raramente si venga influenzati da tutto ciò che è successo nel frattempo fa pensare più ad una profonda riflessione/metafora sul tema della memoria che al tentativo di imbastire un semplicistico racconto di frontiera: come il miglior tipo di narrativa di genere possibile, Deadwood: The Movie non prescinde necessariamente dal suo contesto (questi personaggi e le tematiche che li amano funzionerebbero anche in altri generi), però ne viene oltremodo esaltato.

E soprattutto si presta ai giochi di sceneggiatura di Milch, che coi suoi dialoghi idiosincratici, a metà fra i monologhi shakespeariani e il lerciume della frontiera, sa come rendere assolutamente specifico questo mondo: il contesto viene dedotto dal linguaggio, mentre chi guarda viene investito da entrambi.

In Breve

Giudizio Globale

8

8

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