L’istituzione del cinema italiano nota come Marco Bellocchio torna a tre anni da Fai Bei Sogni con un film che, ancora una volta, affronta di petto la Storia come già fu con Buongiorno Notte sugli anni del terrorismo e Vincere sugli anni del fascismo (non unici certo ma fra i migliori), ma Il Traditore dimostra di volersi discostare da quei progetti adottando la cifra stilistica tipica dell’attuale parentesi dell’autore, dove budget importanti e sforzi di produzione (e di distribuzione, vedasi la passerella di Cannes) vengono messi al servizio di opere in cui l’ago della bilancia di forma e contenuto spesso e volentieri pende verso la seconda, e senza neanche cercare il compromesso.

A dire il vero il film su Tommaso Buscetta, il più celebre dei pentiti di Cosa Nostra che per gran parte degli ultimi anni del Novecento Cosa Nostra ha aiutato a smantellarla, si apre come se volesse essere il più commerciale fra i lavori di Bellocchio, partendo da una sequenza che cita apertamente Il Padrino fino ad arrivare ad un’altra – durissima – con torture, elicotteri, persone sospese, due sguardi intensissimi (quello di Pierfrancesco Favino/Buscetta e quello di Maria Fernanda Candido, che interpreta sua moglie) e tanta CGI.

Poi il film si spezza e spiazza, cambiando completamente tono, passando dal film d’azione al film di parola e diventando uno strano ibrido, le cui due anime ambivalenti quasi vengono palesate dall’utilizzo di re-enactment (curato nei minimi dettagli) e materiale d’archivio: è come se la voglia di raccontare la storia di Buscetta (per il quale Bellocchio prova evidentemente molta ammirazione) nella maniera più precisa possibile, anche approdando ben volentieri nei modi di fare del documentario, superi quella di fare cinema, che a un certo punto viene sacrificata sull’altare del civismo.

Piuttosto prolisso e decisamente didascalico (nel senso letterale del termine: a schermo ci sono tantissime didascalie, tantissime date, tantissimi nomi e luoghi), avesse aggiunto un’altra mezz’ora alla durata del suo montaggio Il Traditore sarebbe stato il film perfetto per una doppia serata su rai 1 o per le proiezioni nei licei; e lo diciamo – ci teniamo a specificarlo – nella maniera più nobilitante possibile, al fine di attestare l’evidente impegno e soprattutto la passione che sorregge il progetto.

Progetto dalla doppia anima (quasi scorsesiana la prima, procedurale la seconda) che viene cucito insieme dal filo conduttore Favino/Buscetta, la cui gravitas magnetica Bellocchio valorizza come nessun altro: è davvero il ruolo della vita per questo straordinario attore, lui che fra poco passerà a fare Craxi e che si ispira, nella sua interpretazione, all’Al Capone di Robert De Niro e al Pablo Escobar di Benicio Del Toro senza mai farli rimpiangere.

Una fotografia livida (e di tanto in tanto banale, soprattutto quando imita la patina seppia dei tardi ’60) si accompagna ad una colonna sonora estenuante e dal sapore fin troppo campanilistico, che martella con invadenza restituendo sensazioni paradossali e stranianti (per quanto cozza con lo sguardo documentaristico così tanto cercato nella seconda parte dell’opera), ma quando il film smette finalmente di parlare e si prende qualche istante per indagare nella mente di questa figura semi-mitologica che ne è protagonista, allora sì che diventa evidente che in regia c’è uno fra i cinque più importanti registi italiani viventi: tra sogni e incubi di matrice lynchiana e racconti in flashback, quando insomma c’è da inventare, quando c’è da fare cinema e non solo cronaca.

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