Hellboy, né Inferno né Paradiso: quando un’opera non sa a che pubblico rivolgersi

Il nuovo film di Neil Marshall è attualmente in programmazione nei cinema italiani.

E’ davvero difficile individuare una qualche sorta di ragion d’essere in Hellboy, nuovo film diretto da Neil Marshall: a dieci anni esatti da Centurion e dopo tanta esperienza nel mondo della televisione (con regie per Game of Thrones, Westworld, Hannibal e Black Sails), il cineasta inglese torna alle sue origini horror di Dog Soldiers e The Descent riportando al cinema il celebre personaggio a fumetti creato da Mike Mignola e già adattato per il grande schermo da Guillermo Del Toro.

Sarebbe scorretto accostare le due opere sotto un qualsiasi punto di vista, con la poetica della glorificazione del diverso tipica del regista messicano, che con un talento visivo d’eccezione era stato in grado (oltre dieci anni fa) di rendere così specifici, riconoscibili e unici i due film da lui diretti (Hellboy e l’ancor più bello Hellboy: The Golden Army, che elevavano la materia del b-movie a stato dell’arte), che viene totalmente e anche giustamente sottratta dall’equazione della ben più semplicistica fatica di Marshall, riducendola all’incontro di due sole espressioni prive di variabili: Rated-R e barocchismo.

E’ sul gore più sfrenato e il turpiloquio che punta questo reboot, fin dall’inizio, e per due ore (francamente incessanti) spinge sull’acceleratore senza mai fermarsi, né per guardarsi indietro né tanto meno per dare il tempo allo spettatore di affezionarsi ai personaggi abbozzati dalla confusionaria e pressoché infantile sceneggiatura di Andrew Cosby. La criticità, ovvero il punto di rottura che impedisce a Hellboy di trovare un posto nell’attuale proposta cinematografica mondiale, è tutta qui: l’accozzaglia di splatter che, per quanto divertente e davvero orripilante, non trova mai una vera giustificazione nella storia che viene raccontata.

Il film fa di tutto per essere maturo, per sembrare adulto, per bollarsi un po’ ottusamente della griffe “vietato ai minori”, eppure a livello di trama non restituisce mai quell’idea in cui vuole necessariamente infilarsi, che spera di rispecchiare: lo svolgimento sembra concepito per un pubblico di adolescenti, senza particolari intuizioni narrative o la minima cura del dettaglio nell’intreccio, che viene infarcito di dialoghi infantili che non attraggono, non catturano, non spiegano mai davvero i personaggi, le loro storie o le loro motivazioni, limitandosi a cenni di storie o avvenimenti che solo i fan più hardcore del fumetto originale riusciranno a cogliere.

Eppure alcune scene fluttuano nel campo dell’horror, a volte ci sguazzano (e a ragione: sono quelle più riuscite!) a costo di causare grossi traumi a quei bambini per i quali gli standard narrativi sembrano essere stati concepiti: in questa natura ambivalente di violenza e infantilismo potrebbe risiedere la volontà metatestuale di incarnare nell’opera il senso ultimo del suo personaggio protagonista – sostanzialmente un demone ammazza mostri col cuore e la mente di un bambino mai cresciuto – ma semplicemente, a livello cinematografico, il tutto fatica a stare in piedi perché fin troppo idiosincratico.

I riferimenti a Re Artù, l’ambientazione (per la maggior parte) britannica e le banalità narrative poi quasi lo piazzano impietosamente sullo stesso piano de Il Ragazzo Che Diventerà Re, secondo lungometraggio di Joe Cornish in arrivo la prossima settimana che a ben vedere racconta, meglio, la stessa storia, con la consapevolezza però di poterla raccontare solo ad uno specifico target di pubblico, quello dei bambini.

Per chi è, invece, questo Hellboy? Non per gli adulti, che pur mettendocela tutta non potrebbero fare a meno di notare i dialoghi risibili e i toni irriverenti totalmente in contrapposizione con quello che invece ci sta raccontando la trama; di certo non per i più piccoli, a causa non solo del sangue e del linguaggio colorito ma soprattutto per via del fantastico lavoro di design dei mostri e dei notevoli momenti horror.

Rimarrebbe il buon Marshall, che a grandi linee con questa produzione ha avuto modo di rifare il suo Dog Soldiers con una CGI migliore dell’epoca e soprattutto divertirsi ad avvicinare al cinema di Sam Raimi una figura che finora tutto il mondo ha accostato a quello di Del Toro. Ed ecco che abbiamo un grosso, chiassoso e hardcore blockbuster di serie b che non ha nulla a che spartire né col cinema di serie b né coi blockbuster moderni, una sorta di outsider rosso e aggressivo ma, in fondo in fondo, non poi così malvagio.

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