Il nuovo film di Rob Marshall arriverà nelle sale dal prossimo 20 dicembre.

E’ una Mary Poppins più malinconica quella pensata da Rob Marshall per Il Ritorno di Mary Poppins, sequel supercalifragilistichespiralidoso del classico Disney del 1964 di Robert Stevenson: la splendida Emily Blunt si infila nel soprabito, nel cappello e soprattutto sotto l’ombrello che furono di Julie Andrews rigettando il trucco anti-invecchiamento (digitale e non) e mettendo in mostra le rughe sotto gli occhi: sono passati più di cinquant’anni dal film originale e circa una trentina dagli eventi che narravano, i piccoli Michael e Jane sono diventati adulti e adesso hanno i volti rispettivamente di Ben Whishaw e Emily Mortimer (ma il vecchio banchiere Mr. Dawes è ancora interpretato da Dick Van Dyke, che negli anni è invecchiato esattamente come predisse il trucco del film di Stevenson) e Londra è caduta nella Grande Depressione.

E in effetti è un film molto depresso e deprimente, quello immaginato da Marshall, grigissimo nel primo atto, pieno di nebbia e vento: la moglie di Michael è morta un anno prima dell’inizio del film, lasciandolo da solo a crescere i loro tre figli (Annabelle, John e George) e a badare al villino di famiglia; Michael è un pittore fallito che si è rimediato banchiere per riuscire a portare il pane in tavola per i suoi figlioli, ma il nuovo impiego potrebbe non bastare dato che a causa di un debito insoluto con la stessa banca per la quale lavora – e di cui suo padre George era socio anziano – la sua casa sta per essere pignorata.

Tante lacrime, canzoni struggenti, momenti tristi e poche speranze, decantate solo ed esclusivamente dall’onnipresente acciarino Jack (Lin-Manuel Miranda): poi arriva la Mary Poppins di Emily Blunt e tutto cambia, il sole finalmente torna a splendere su questa Londra sconsolata e soprattutto la magia si risveglia in casa Banks.

Marshall ricalca la sceneggiatura del film originale dimenticandosi però di tralasciare i difetti: la durata, oltre i 130 minuti, è davvero esagerata, l’intreccio è piuttosto schematico e ripetitivo nella sua natura quasi episodica tutta basata sugli stacchi musicali e il terzo atto è infinitamente lungo e poco incisivo, tutte stonature che caratterizzavano il film del ’64 e che qui ritornano esattamente come la tata protagonista. A differenza del film con la Andrews poi i brani mancano di incisività, non ci sono i tormentoni come A Spoonful of Sugar, Supercalifragilisticexpialidocious e ovviamente Chim Chim Cher-ee, e almeno alla prima visione sarà difficile che una singola traccia riesca a rimanervi in mente (e la colpa non è da imputare al doppiaggio italiano, comunque buono: le canzoni del primo film del resto erano perfette anche nella nostra lingua).

Dove invece questo sequel si esalta è negli aspetti tecnici, praticamente perfetti: coreografie, stacchetti, effetti speciali, montaggio e regia sono eccelsi, con Marshall sempre inventivo quando si tratta di escogitare nuove idee visive e la Blunt e Miranda meravigliosamente in parte. La sequenza che mescola live-action ad animazione 2d farà la gioia di grandi e piccini, suscitando lo stesso stupore che il primo film scatenò all’epoca, e da sola vale l’intero prezzo del biglietto. Anche per due.

Rob Marshall ha creato la favola perfetta per le nuove generazioni, sempre emozionante nonostante i piccoli difetti, cui comunque sarà facile non fare caso: in proiezione stampa c’erano così tante lacrime che sembrava di essere all’anteprima di Aquaman, quindi siete avvisati!

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