Robin Hood – L’Origine della Leggenda di Otto Bathurst | Recensione

Pubblicato il 23 Novembre 2018 alle 20:00

Arriva in Italia Robin Hood – L’Origine della Leggenda, diretto da Otto Bathurst e con protagonisti  Taron Egerton, Jamie Foxx e Ben Mendelsohn.

C’è un’idea cinematografica geniale alla base di Robin Hood – L’Origine della Leggenda, che trascende il semplice concetto di attualizzazione da postmodernismo che ha caratterizzato il ritorno in sale dei grandi classici, come Sherlock Holmes o King Arthur – Il Potere della Spada di Guy Ritchie. L’esordiente Otto Bathurst, forse peccando addirittura di troppa ambizione (l’idea è talmente grande che il film stesso non riuscirà a starne al passo), prova a scollegare la leggenda di Robin Hood dal tempo, ricreando un’ambientazione ma senza calarla in un contesto, in un’epoca chiaramente definita.

Si nomina una Terza Crociata e un re d’Inghilterra, ma questo re non ha nome e sono pochissimi gli elementi delle scenografie e dei costumi che ci fanno pensare al Medioevo. C’è una Nottingham ma i suoi palazzi e le sue strade appaiono rinascimentali, se non moderne. C’è una miniera coi minatori e i contadini, la gente del popolo, e ci sono le chiese e i palazzi eleganti, ma le persone indossano abiti che potrebbero appartenere alla nostra epoca, o addirittura ad un mondo retro-futurista, o una realtà alternativa in cui l’umanità non abbia mai scoperto la tecnologia, o che l’abbia persa strada facendo, e allora sia tornato a spostarsi con carri e cavalli, a scaldarsi con legna e carbone, e combattere con spade e archi.

La scena iniziale, che omaggia Salvate Il Soldato Ryan, Bathurst la gira come se stesse girando uno war-movie moderno ambientato in Afghanistan, con gli archi e le balestre che sembrano fucili mitragliatori e le corazze che ricordano i giubbotti anti-proiettili dei Marines statunitensi.

E’ come se il regista amasse a tal punto la storia di Robin Hood, come se sapesse meglio di chiunque altro quante altre volte sarà narrata negli anni a venire, da volerne prendere l’essenza e collocarla in un mondo che sia un po’ tutti i mondi, in un tempo che abbracci tantissimi tempi. La mossa è spiazzante, incredibilmente scaltra, meravigliosamente brillante.

Al punto che, purtroppo, a lungo andare rovina l’esperienza di Robin Hood – L’Origine della Leggenda, che nella prima parte si presenta come la più innovativa iterazione di questa “saga” folkloristica sull’eroe popolare inglese, ma che col passare dei minuti diventa soltanto un film d’intrattenimento discreto, con tante frecce al proprio arco ma una mano molto meno ferma di quella dell’eroe protagonista.

La decisione di accostare il personaggio al genere dei cinecomic di supereroi è calzante rispetto ai meccanismi attuali di Hollywood, gli viene data un’origine, una motivazione chiara, una scena in montaggio alternato in cui viene mostrato il duro addestramento per diventare ciò che deve diventare, un’identità segreta (quella del vigilante-fuorilegge-bandito Hood) per agire all’insaputa del villain, del quale il suo alter-ego (Robin di Locksley) dovrà conquistare la fiducia. A un certo punto, il film diventerà una sorta di Batman Begins che incontra V per Vendetta, con la foresta di Sherwood che comparirà nel finale a colorare con un po’ verde i toni blu di Nottingham, un po’ come accadeva nell’epilogo di Blade Runner.

Ma Bathurst si dimostra tanto ambizioso quanto acerbo, e proprio quando il film dovrebbe accelerare rallenta, rischiando di inciampare, con una direzione dell’azione abbastanza confusa, una CGI modesta e un montaggio a volte disorientante. Ed è un vero peccato, perché i fan del franchise di Kingsman sanno quanto Taron Egerton sia ottimo nelle scene d’azione. E perché, nonostante i difetti, il film resta sempre godibile.

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