Most Beautiful Island di Ana Asensio | Recensione

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Il film arriverà in Italia domani, 16 agosto.

E’ a dir poco folgorante l’esordio alla regia di Ana Asensio, attrice spagnola che produce, scrive, dirige e interpreta questo stranissimo e inquietante film che è Most Beautiful Island. 

Sporco e torrido come solo i film urbani possono essere, il film stupisce per l’acutezza e il cinismo coi quali riesce a descrivere le perversioni nerissime dell’animo umano, le pulsioni più raccapriccianti e schifose celate dalla notte, che si manifestano solo in luoghi ameni e sconosciuti. C’è qualcosa di grezzo nella messa in scena che richiama Il Teorema del Delirio di Darren Aronofsky, spogliato però di quell’incessante ossessione schizofrenica per il macabro: Most Beautiful Island è preciso, raffinato e concentrato come raramente capita con un film d’esordio, e soprattutto è super denso e conciso: in soli 80 minuti (fosse durato anche solo due minuti in più, sarebbe stato troppo) la Asensio allestisce una struttura di chirurgica precisione, un’impalcatura che regge due diversi film, ognuno da quaranta minuti ciascuno, col primo che sfuma nell’altro in modo organico e improvviso. Un dramma intimista fortemente influenzato dai toni del neorealismo e un horror psicologico crudo di che emana una fortissima suspense e un’inventiva geniale.

Il tema al centro del racconto è la vita degli immigrati negli Stati Uniti (New York nello specifico), che però la Asensio tratta evitando con sapienza ogni banalità del caso e lo trasforma in uno psicodramma degno di Roman Polanski: Luciana, un’immigrata spagnola senza documenti che vive in un modesto appartamento della Grande, si barcamena fra due lavori ingrati e un senso di colpa opprimente che la perseguita da prima dell’inizio del film.

Forse ha perso una figlia (Sofia), ma il film non lo specifica: ogni dettaglio necessario alla comprensione di Luciana viene lasciato alle capacità deduttive dello spettatore, che a poco a poco inizia a scoprire la routine quotidiana della protagonista. Nel frattempo New York fa da sfondo, caldissima in un’estate anonima e soffocante.

Nella prima parte del film la Asensio fa una sorta di ritratto da vérité del sottoproletariato americano, tutto camera a mano e riprese che sembrano improvvisate stile documentario. Poi le atmosfere decadenti sfumano in un thriller voyerista inquietante come Eyes Wide Shut, perverso come Bella di Giorno e vibrante come Hostel. Rivelare il meccanismo che fa scattare il cambio di genere sarebbe un imperdonabile spoiler: basti dire che la seconda parte del film (gli ultimi quaranta minuti) diventa estenuante e tesissima, completamente in contrapposizione rispetto alla prima e per questo doppiamente potente.

C’è una forza feticistica molto affascinante e ancor più spaventosa nelle idee partorite dalla mente dell’autrice, che attrae il pubblico in una tela dalla quale è impossibile districarsi – lo stesso destino riservato alla protagonista: particolarmente essenziale la scena del prologo, dove Luciana viene scelta dalla camera dopo che questa si è persa nelle strade della Grande Mela mentre inseguiva tante altre ragazze anonime. Come a dire che quella di Luciana è solo una delle tante, tristi storie che gli Stati Uniti avrebbero da raccontare, ma che preferiscono tenere nascoste.

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