Shark – Il Primo Squalo di Jon Turteltaub | Recensione

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Il film è disponibile nelle sale italiane.

C’è una sapienza produttiva invidiabile a reggere le fondamenta dell’ottimo blockbuster estivo che è Shark – Il Primo Squalo: l’esperto Jon Turteltaub e Warner Bros., insieme alla star Jason Statham che finalmente si appropria del ruolo di protagonista in un film commercialmente importante, sono riusciti a mettere insieme un piccolo grande gioiello d’intrattenimento che, con l’idea di creare un franchise ben fissata nella mente, assembla se stesso pezzo dopo pezzo con una perizia che ricorda quella con cui Guillermo Del Toro ha costruito La Forma dell’Acqua per vincere agli Oscar 2018.

In Shark – Il Primo Squalo c’è tutto quello che un blockbuster hollywoodiano moderno deve avere: una star mondiale al suo massimo della forma – che fa persino gli stunt del suo personaggio, anche se siamo lontani dalla pericolosità impossibile di quelli in cui si esibisce Tom Cruise – un buon cast di supporto, un personaggio femminile forte (abbastanza forte da tenere testa a quello maschile), un buon ritmo, dei buoni effetti visivi, tanto divertimento e soprattutto l’Oriente, in particolare la Cina, il mercato più importante dopo quello statunitense (che  Hollywood, a ragione, vuole conquistare) e che nel film di Turteltaub è sia location che partner produttiva.

E, ovviamente, una squalo gigante preistorico ritenuto estinto per tutti questi anni e che i protagonisti dovranno neutralizzare. Ma avere una barca più grande stavolta non servirà, dato che il mostro marino sarà letteralmente fuori scala.

Il film, dalla prima scena fino ai titoli di coda, non sbaglia un colpo.

Dalla premessa semplice e classica tipica dei film d’avventura (il ritrovamento sulla superficie terrestre di una zona inesplorata e sconosciuta è un topos del genere dai tempi di King Kong), all’introduzione dei personaggi (in particolare quella del protagonista), passando per le linee di dialogo (sempre leggere o divertenti o concise e soprattutto mai ridondanti) per arrivare infine alla commistione perfetta fra realtà e fantascienza: il film è ambientato in un mondo che potrebbe essere il nostro, se non fosse che quel mondo a differenza di quello in cui viviamo noi nasconde una “zona segreta” sotto la Fossa delle Marianne; è in questa parte inesplorata del globo che viene ritrovato un megalodonte (cosa che non può accadere nel nostro mondo) e basta questo “semplice” fatto per rendere credibilissimo l’impiego di macchinari futuristici, come imbarcazioni subacquee che vengono pilotate a mo’ di navicelle spaziali (in un ambiente sottomarino ben realizzato).

E’ divertente poi vedere come Statham faccia comodamente suo il ruolo di eroe action da film anni ’80 (lo ha sempre fatto, ma mai ad un livello così mainstream e soprattutto mai da solo), e anzi coi suoi modi di fare grezzi ma piacioni ad un livello irresistibile riuscirà a contagiare tutti coloro che in un primo momento diffidavano della sua utilità: in primis la bella Suyin (Lin Bingbing), che da donna dell’era del girl power prova prima a far valere il suo pensiero animalista (vorrà tentare un approccio non letale col bestione preistorico), solo per ricredersi e iniziare finalmente a combattere fianco a fianco con Jonas. I due (sia i personaggi che gli attori che li interpretano) sullo schermo formano una splendida coppia, e la speranza è quella di ritrovarli nuovamente insieme nel prossimo film.

Del resto alla base della sceneggiatura c’è una saga letteraria composta da cinque romanzi, e da quello ad una serie cinematografica il passo è breve. Anzi, il tuffo.

 

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