A Beautiful Day di Lynne Ramsay | Recensione in anteprima

Pubblicato il 2 Maggio 2018 alle 20:00

Il nuovo film di Lynne Ramsay arriva nei cinema italiani dal 3 maggio.

Mi fa sempre tanto ridere quando il titolo originale di un film in Italia viene modificato, e non tradotto. Ti fa rimanere simpaticamente interdetto e più fissi la locandina, più ti domandi se sia il caso di ridere, piangere, o continuare a chiedersi perché. Perché il titolo del nuovo film di Lynne Ramsay, You Were Never Really Here, in italiano diventa A Beautiful Day? Perché, se proprio non ci si è voluto prendere la briga di tradurlo, perché in nome del dio del cinema, mi chiedo, perché non si è sentita la necessità di lasciarlo tale e quale a prima? Forse che il quinto lungometraggio di questa bravissima regista scozzese sia talmente complesso e scombussolante da aver condotto alla pazzia perfino i distributori nostrani, che dopo la visione si sono fatti crescere barba e capelli e hanno iniziato ad andarsene in giro come senza tetto armati di martello a cambiare i titoli ai film in uscita nelle sale italiane?

Sono domande esistenziali che tutti noi amanti e studiosi di cinema che non abbiamo niente di meglio da fare durante le nostre giornate grigie e tristi fatte di schermi di computer e tastiere e schermi cinematografici in sale cinematografiche buie e spente continueremo a porci per il resto della nostra squallida vita. Che per fortuna non arriva ad essere squallida quanto quella del protagonista del film, lo squallido e tormentato Joe.

(Tra l’altro, a guardar bene il film, di bello nella giornata di Joe non c’è proprio niente, e anzi ci si chiede più volte se davvero sia possibile che non sia mai stato qui, come sibila il bellissimo e poetico titolo originale e come più volte viene da pensare durante i deliri psicotici e visuali orchestrati dalla Ramsay, con i quali la regista di Glasgow ci cala nella mente disturbata del protagonista… ma comunque, come si dice, ormai è acqua passata).

Vincitore del (diciamolo alla francese, perché tanto il livello di serietà di questa recensione è già stato drasticamente abbassato dal preambolo dei paragrafi precedenti) prix du scénario (migliore sceneggiatura) e del prix d’interprétation masculine (a Joaquin Phoenix) al Festival di Cannes 2017, A Beautiful Day (o You Were Never Really Here che dir si voglia) è il sensazionale, sconvolgente e spiazzante ritorno al cinema di Lynne Ramsay, che dopo il drammatico thriller psicologico da brividi We Need to Talk About Kevin del 2011 era sparita da tutti i radar cinefili conosciuti al mondo. E dopo aver debuttato l’anno scorso a Cannes, con una standing ovation di quasi dieci minuti (posso dirlo con un pizzico di orgoglio: io c’ero) arriva quasi esattamente un anno dopo anche e finalmente in Italia.

Sulla trama c’è poco da dire (Phoenix è un veterano della guerra in Iraq ed ex agente FBI che oggi soffre gravemente di disturbo da stress post-traumatico, a tempo perso fa il sicario che viene pagato per uccidere trafficanti di esseri umani e dovrà salvare la figlia minorenne di un senatore venduta come schiava sessuale) ma sul film si potrebbe parlare per ore: la regia contemplativa, scandita da un montaggio che si insinua sulle note di una colonna sonora stridente e metallica, cuoce a fuoco e protagonista e spettatore, immergendolo in una brodaglia densa e dal retrogusto amarissimo, quasi indigesto.

Questo mondo notturno, crudele, questa New York che rimanda a quella vista nel Good Time dei Safdie Brothers (sempre a Cannes) dove tutto è malato, tutto è marcio, e soprattutto dove gli uomini di potere rapiscono e si scambiano le figlie dell’America per violentarle su letti eleganti (una fortissima metafora sociale che non scende a compromessi) anche alla luce del giorno, completamente indisturbati, assolutamente intoccabili, come se le leggi degli uomini (quelle stesse leggi che loro, in quanto personificazione delle istituzioni, rappresentano o dovrebbero rappresentare) per loro non contassero.

Citando Taxi Driver e Il Grande Sonno, la Ramsay ci accompagna in un neo-noir psichedelico, conflittuale ed esistenziale, molto più interessato ad analizzare e mostrare le devianze di una psiche irrimediabilmente compromessa (e di una società altrettanto devastata) che a intrattenere il pubblico della domenica. Dall’interpretazione di Joaquin Phoenix (che io considero il miglior attore della sua generazione e uno dei più grandi di sempre) alle sequenze oniriche sconcertanti (ce ne sono almeno un paio che ti fanno balzare sulla sedia, ed è davvero difficile che nel 2018 un film riesca a produrre questo effetto dato che tutto sembra già visto) e incommensurabilmente poetiche, A Beautiful Day è una visione tragica e allucinata sulla sofferenza della mente e dell’anima che vi lascerà allibiti come uno schiaffo in faccia senza preavviso e privi di fiato come una ginocchiata nelle costole di un aggressore che non avete sentito arrivare.

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