The Post di Steven Spielberg | Recensione

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Steven Spielberg convoca Tom Hanks e Meryl Streep per assaltare il governo Trump rievocando lo scandalo Pentagon Papers nel suo nuovo dramma biografico, The Post.

Quis custodiet ipsos custodies?

Se lo chiedeva Giovenale già duemila anni fa, e nei tardi anni ’80 del ventesimo secolo la stessa frase rimbalzava oltreoceano, traghettata da un europeo (britannico) fin dentro le case a stelle e strisce di un’America che stava assistendo all’inesorabile declino del sogno sul quale era stata fondata: la satira del poeta latino diventava la frase simbolo di Watchmen (“Who watches the watchmen?) mentre Alan Moore mostrava agli Stati Uniti la loro vera natura, sputando sulle ipocrisie del governo Nixon e della guerra del Vietnam.

Oggi alla Casa Bianca c’è un nuovo Richard Nixon e Steven Spielberg riparte proprio dalla questione etica e morale sulla quale si interrogava Giovenale per assemblare The Post, che in superficie irride Richard Nixon ed esalta il giornalismo vecchio stampo ma in fondo punta e colpisce l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump e ricorda a tutti la potenza e l’importanza sociale del cinema: questo film non è solo una lettera d’amore indirizzata all’arte cinematografica (Spielberg riprende i giornali mandati in stampa come fossero la pellicola di un film), è proprio un corteggiamento, un flirt continuo vestito da thriller, e quando la tensione del thriller/flirt arriva all’estremo esplode finalmente in un orgasmo fatto di eiaculazione (rotative che sparano giornali) e vibrazione (l’intero palazzo del Washington Post che trema neanche fosse un gigante senziente che sta godendo).

La metafora è sottile ma geniale, e solo un genio come Steven Spielberg poteva realizzarla con questa classe, con questa squisita eleganza, raccontando nel frattempo una storia di coraggio e libertà (espressiva, morale, ideologica: questo è solo all’apparenza un film sulla libertà di stampa, è soprattutto un film sull’indipendenza della donna e sull’importanza della figura della donna, da sempre centrale nella poetica spielberghiana) in grado di appassionare il pubblico e divertirlo mentre punta il dito verso le pareti candide (almeno da fuori) della Casa Bianca … oltre le quali accadono cose che devono necessariamente arrivare all’attenzione pubblica.

USA, anni ’70. Dei documenti importantissimi e super top secret finiscono all’attenzione di diversi quotidiani statunitensi, che li danno alle stampe. Il governo insorge e censura il New York Times. Nel frattempo, il Washington Post (diretto da Ben Bradlee – Tom Hanks sotto l’egida della proprietaria Kay Graham – Meryl Streep), allora un giornale inferiore, deve decidere in fretta se tenersi fuori dalla vicenda per accontentare i finanziatori oppure pubblicare e rischiare di finire in tribunale.

Negli ultimi anni Hollywood sta guardando con molto interesse e con un occhio particolarmente nostalgico verso il giornalismo di vecchia matrice, quello fatto di macchine da scrivere e sigarette aspirate con nervosismo, carta stampata e indagini: a differenza del recente Il Caso Spotlight, però, The Post si camuffa da thriller giornalistico investigativo e sfrutta l’appeal di questa veste per parlare di tutt’altro: la donna in un mondo di uomini (tema attualissimo).

Ma nonostante sia questo il vero obiettivo di Spielberg, il vero cuore del film, l’argomento che vuole far risaltare, il regista non scade mai nella banalità, non lo sbandiera ai quattro venti, non lo spiattella in faccia alla folla (e potrebbe farlo senza che la folla ne subisca, avendo una delle migliori e amate attrici di sempre) ma con la sua cinepresa preferisce enfatizzare le immagini, gli sguardi, i gesti.

Perché nessun monologo può superare in vigore e poesia l’immagine di Meryl Streep che abbozza un sorriso di imbarazzo nello scendere le scale fra una folla di donne festanti.

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