“…le puttane e i politici leveranno lo sguardo gridando ‘Salvaci!’ e io dall’alto gli sussurrerò ‘No’.” afferma la didascalia introspettiva del vigilante Rorschach all’inizio di Watchmen, l’inarrivabile capolavoro concepito dal genio creativo di Alan Moore in cui l’autore trascina i supereroi nel mondo reale e li destruttura senza alcuna pietà, esponendo fragilità, psicosi, incertezze, dilemmi etici e morali, perfino perversioni, di un gruppo di vigilanti messi al bando, che la società identifica in un’America dall’animo corrotto, in un mondo sull’orlo dell’apocalisse, bisognoso di eroi ma che negli eroi non crede più. “Chi vigila sui vigilanti?” è la domanda emblematica che compare nella graphic novel, traduzione dall’aforisma latino di Giovenale: “Quis custodiet ipsos custodes?”.

Non basterebbe un’enciclopedia per analizzare un’opera così mastodontica e complessa, nata dall’esigenza di Moore di elevare il media fumetto e il genere supereroistico da semplici mezzi d’intrattenimento commerciali ad una forma espressiva più impegnativa e carica di tematiche sociali, politiche ed umanistiche.

Coadiuvato dal magistrale disegnatore Dave Gibbons e dal colorista John Higgins, lo scrittore inglese creò i supereroi protagonisti della graphic-novel ispirandosi ai personaggi della defunta Charlton Comics, acquistati dalla DC Comics che pubblicò Watchmen tra il 1986 e l’87 come miniserie di 12 numeri.

Proprio come accade nel DC Universe con la Justice Society e la Justice League, Moore realizzò due generazioni di supereroi: i Minutemen degli anni ’30, più romantici ed idealisti, e i Crimebusters degli anni ’60, gruppo morto sul nascere proprio a causa del cinismo e della disillusione dei componenti.

La vicenda prende luogo in un 1985 alternativo, una realtà nella quale i supereroi hanno fatto vincere la guerra del Vietnam agli USA permettendo a Nixon di rimanere in carica alla presidenza. Con l’approvazione del decreto Keene, però, i vigilanti che agiscono al di fuori dell’autorità governativa sono stati dichiarati fuorilegge.

All’indomani di un inevitabile conflitto nucleare con l’Unione Sovietica, uno dei Watchmen viene misteriosamente ucciso. É solo il primo tassello di un gigantesco complotto che metterà i protagonisti di fronte ad una scelta drammatica, un dilemma che definirà la loro identità di supereroi in relazione all’obbligo di dover fare sempre la cosa giusta.

Ed è proprio questo il punto: qual è la cosa giusta da fare? Moore ci dimostra che nel mondo reale il bene e il male non sono così ben delineati come in un fumetto.

I protagonisti sono differenziati da mille sfaccettature caratteriali. C’è chi prende decisioni discutibili, logiche ma immorali, chi non scende a compromessi, chi ancora resta in precario equilibrio tra la difesa di un bene superiore e la propria integrità etica. L’influenza dell’opera di Moore ha causato un radicale cambiamento nell’universo supereroistico a fumetti.

Quasi in contemporanea alla pubblicazione di Watchmen, la Crisi sulle Terre Infinite del DC Universe ha riazzerato la continuity ufficiale e il nuovo corso narrativo ha visto i protagonisti diventare più fallibili e violenti. Basti pensare che già nell’88, in una saga concepita da John Byrne, Superman prende la controversa decisione di giustiziare con le proprie mani tre supercriminali infrangendo così il codice d’onore che vincola i supereroi a non uccidere.

In tempi più recenti, i supereroi della Marvel sono stati costretti ad affrontare questioni morali altrettanto complesse e a schierarsi gli uni contro gli altri nella maxi-saga Civil War proprio a causa di un atto di registrazione simile, se non identico, al Keene Act ideato da Moore.

Ma la condizione esistenziale del vigilante non è che la punta dell’iceberg nel grande mosaico metanarrativo di Watchmen, fatto di iconografie, citazioni, flashback e concetti che spaziano dalle teorie complottiste e catastrofiste al culto e all’antivenerazione degli eroi passando per autoritarismo e determinismo.

Tutto si incastra a perfezione proprio come gli ingranaggi di un meccanismo ad orologeria, uno dei simboli ricorrenti e più significativi del fumetto. Watchmen ebbe un enorme successo di critica e di pubblico e si aggiudicò diversi premi.

E’ stata l’unica graphic novel ad aver vinto un Premio Hugo e ad essere stata inserita dalla rivista Time nella classifica dei cento migliori romanzi in lingua inglese dal 1923.

Continua a leggere la vera storia di Watchmen, girando pagina

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