L’ottavo capitolo della saga è attualmente in programmazione nei cinema italiani.

Nonostante vada cronologicamente posizionato subito prima degli eventi di Una Nuova Speranza, Star Wars: Rogue One si è mostrato al nostro mondo soltanto l’anno scorso, nel 2016 e non nel 1976. E il messaggio sociale importantissimo di cui il film di Gareth Edwards (che compare in un cameo in Gli Ultimi Jedi) si faceva portatore, non poteva essere più chiaro: l’unica cosa che importa è il futuro, e pur di assicurare quel futuro a chi verrà dopo di noi dobbiamo essere pronti al più grande dei sacrifici.

Oggi, nel 2017, Episodio VIII: Gli Ultimi Jedi prosegue sulla linea di pensiero dello spin-off sviluppandosi quasi esclusivamente intorno al tema del sacrificio: il passato è il passato, e il presente non può far altro che evolversi in un futuro oppure restare indietro e morire, riunirsi alla Forza e diventare leggenda.

Vista da questa ottica, bisogna essere ciechi o avere dei paraocchi grandi quanti l’Orlo Esterno per non apprezzare il genio dietro la manovra commerciale architettata da Kathleen Kennedy e Rian Johnson, cioè svecchiare con un solo colpo l’intera saga creata e portata avanti da George Lucas dal 1977, spogliandola di tutte le retoriche ormai comunissime per renderla appetibile ad una società meno disincantata e più cinica e quindi trasformando il brand Star Wars in qualcosa di ancor più universale. Un sacrificio, insomma, come quello di Jyn Erso e della sua squadra Rogue One, e come i tanti che verranno compiuti in questo ottavo capitolo.

Una scelta tanto controversa quanto coraggiosa, che probabilmente farà infuriare i fanboy (di qualsiasi età: un over 40 resta fanboy o diventa automaticamente fanman?) ma che dal punto di vista cinematografico è semplicemente l’unica possibile. Del resto Star Wars è la più grande epopea del XX secolo, e l’obiettivo principale de Gli Ultimi Jedi  è assicurarsi che continui ad esserlo anche per il secolo appena iniziato: proprio come “La Forza non è prerogativa dei Jedi” (la frase centrale di questo episodio) allora questa saga non è qualcosa che appartiene solo a chi c’era nel 1977, né tanto meno a chi l’ha scoperta nel 1999 con La Minaccia Fantasma, e fra vent’anni non sarà prerogativa neppure di chi l’ha incontrata grazie a J.J. Abrams e al suo Il Risveglio della Forza.

Il messaggio diventa verbo nel film di Johnson in almeno tre occasioni – compresa la romantica e bellissima inquadratura finale – e non a caso quel verbo viene fatto pronunciare a due dei più riconoscibili personaggi dell’intera saga, pronti a far calare il sipario sulla loro lunghissima avventura e passare il testimone a chi verrà dopo di loro.

Nell’economia della saga, quindi, Gli Ultimi Jedi è probabilmente il film più importante da Una Nuova Speranza, perché apre a nuove ed infinite possibilità proprio come aveva fatto il capolavoro di Lucas 40 anni fa. Come film a se stante, invece, è meno perfetto de Il Risveglio della Forza (soprattutto nel bilanciamento fra umorismo e gravitas, fra azione e narrazione, che J.J. Abrams, da figlio di Spielberg qual è, aveva saputo gestire in maniera ineccepibile) ma molto più stimolante, molto più straripante di idee e sotto-testi politici e sociali, molto più coraggioso: se Episodio VII innovava ricalcando il sentiero di Una Nuova SperanzaGli Ultimi Jedi si limita a citare qua e là L’Impero Colpisce Ancora e Il Ritorno dello Jedi ma nel farlo spazza via le impronte lasciate da quei capitoli per tracciare una nuova via.

La dialettica e la retorica fra lato chiaro e lato oscuro viene rivista e destrutturata (soprattutto grazie al personaggio di Adam Driver, il più anti-retorico e per questo il più drammaticamente interessante), tutto diventa grigio, più cinico, più adatto al contesto socioculturale della nostra epoca; il confine fra bene e male si assottiglia alla stessa velocità con cui Rey e Kylo Ren si avvicinano nella Forza (la loro story-line è narrativamente magistrale, col montaggio che gioca con le regole drammaturgiche per preparare il pubblico ad un eccitante colpo di scena) e al di là di qualche piccolo, piccolissimo difetto, il film di Rian Johnson (lunghissimo, nella sua strana ed inedita forma in quattro atti) è da considerarsi come il più innovativo e avvincente dai tempi de L’Impero Colpisce Ancora.

Quel che è ancor più importante, il film riesce appieno nel proprio intento, cioè demolire le fondamenta edificate quarant’anni fa per ristrutturare tutto il palazzo. Una cosa che non è riuscita alla Warner con, ad esempio, Blade Runner 2049, dato che se il bisogno di un sequel del film di Ridley Scott era pochissimo, di un franchise Blade Runner non c’era proprio alcuna necessità.

Del franchise Star Wars, invece, è semplicemente impossibile fare a meno.

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