Miguel è un bambino che sogna di diventare un musicista come il suo idolo, Ernesto de la Cruz, ma la musica è severamente bandita nella sua famiglia da generazioni. Nel tentativo di sfuggire ad un futuro da lustrascarpe, il bambino si ritrova suo malgrado nella Terra dell’Aldilà dove incontra il cialtronesco Hector, un uomo che non può attraversare il ponte dei fiori nel Giorno dei Morti perché nessun vivente lo ricorda esponendo una sua immagine. Insieme a lui, Miguel scoprirà i segreti della sua famiglia.

Coco rappresenta tutto il meglio ed il peggio del connubio tra lo spirito innovatore della Pixar e l’animo più tradizionalista della Disney. Il braccio di ferro tra le due filosofie si avverte sottopelle durante la visione del film che, pur forte del successo al box-office e del premio Oscar già prenotato, lascia qualche strascico d’irritazione per quella che appare più come un’occasione persa che come l’ennesimo capolavoro fatto e finito da Lasseter e soci.

L’ambientazione messicana, esotismo tipico dei classici Disney, presta il fianco ad un’inevitabile metafora sull’immigrazione, né didascalica, né tantomeno insistita, mentre l’aspetto più folkloristico e mitologico resta accessorio sottraendosi a possibili cliché ludici e avventurosi. In tal senso, l’opera si discosta da Il Libro della Vita, il film d’animazione prodotto da Guillermo del Toro e uscito tre anni fa, che partiva dalle stesse suggestioni.

Al centro c’è la soap opera famigliare che regge sul conflitto generazionale tra Miguel e i suoi cari. Una volta tanto, in un film di stampo disneyano, il focolare domestico si trasforma in luogo di aspre ostilità e il viaggio del giovane protagonista nel mondo dei morti si carica di significati inquietanti. L’impossibilità di vedere il proprio sogno realizzato e la costrizione ad un futuro preordinato sono il preludio ad una non-vita.

Ad aggravare ulteriormente il rapporto di Miguel con le sue radici arriva il colpo di scena a metà storia, mazzata sui denti sia per lui che per il pubblico. E’ qui, però, che la bacchetta magica della Disney entra in scena risolvendo tutto alla buona come in un incantesimo della Fata Madrina. Quella che fino a poco prima era una genealogia disfunzionale, diventa un’autentica apologia della famiglia e tutto viene messo a posto senza strascichi traumatici. Nelle famiglie disneyane nulla può andare davvero storto e tutto si sistema alla perfezione.

Nonostante un pulsante cuore musicale che funge da motore emotivo, il film ha il merito di non diventare mai uno stucchevole musical. Tuttavia indispettisce il sentimentalismo strappalacrime a buon mercato le cui basi vengono gettate in maniera fin troppo sfacciata dall’inizio del film, dalla malinconica nonna Coco in preda a demenza senile fino al ruffiano epilogo col brano Remember Me. Poteva essere un grande film Pixar, è un buon ibrido con gli stilemi disneyani.

telegra_promo_mangaforever_2