La signora dello zoo di Varsavia di Niki Caro | Recensione

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Jessica Chastain è la protagonista del nuovo film della regista neozelandese Niki Caro.

Nella settimana dei film ispirati a storie vere (abbiamo avuto The Big Sick di Michael Showman, Ogni Tuo Respiro di Andy Serkis, e come dimenticare Justice Lea … ah no, errore mio) arriva al cinema anche La Signora dello Zoo di Varsavia, pellicola che la regista Niki Caro (La Ragazza delle Balene) ha tratto dall’incredibile – e mai raccontata finora – storia di Jan Zabinski e Antonina Zabinska, coniugi polacchi proprietari dello zoo di Varsavia che tra il 1939 e il 1945 ospitarono segretamente oltre trecento ebrei, salvando loro la vita nel periodo dell’occupazione nazista.

Li stipavano nelle gabbie e nei recinti e nei tunnel che si collegavano alla casa padronale, e la rischiosa strategia di nascondere i loro “ospiti” in piena vista è resa ancora più incredibile dal fatto che i nazisti decisero di trasformare lo zoo in un accampamento militare: il film si ispira al libro Gli Ebrei dello zoo di Varsavia di Diane Ackerman ma ci si ferma superficialmente alla metafora dello “zoo umano” (didascalicamente suggerita da Antonina) senza andare troppo a fondo e preferendo la messa in scena di momenti toccanti all’esplorazione dei tanti possibili strati offerti da questa storia unica.

L’incipit è di grande effetto: ci viene mostrata la quotidianità di Antonina (un’ottima Jessica Chastain, credibilissima come polacca) nello zoo poco prima dell’inizio dei bombardamenti, e impariamo a conoscere la sua gentilezza, il suo buon cuore, tanto con le persone quanto con gli animali (per come si muove fra loro ricorda Bianca Neve).

Dopo di ché l’arrivo dei nazisti dà il là alla vicenda, ma a questo punto la sceneggiatura di Angela Workman sembra un po’ perdere di vista la meta e pare non sapere bene dove andare a parare. L’arrivo di una ragazzina selvaggia, violentata dai soldati tedeschi e quindi chiusa in se stessa, serve a riproporre l’affettuosità dell’animo di Antonina (c’è il parallelo scontato fra gli animali dello zoo e il comportamento animalesco della ragazzina) e il triangolo Antonina-Jan-Heck (zoologo tedesco interpretato da un baffuto Daniel Brühl) spesso fa deragliare completamente la narrazione: lei deve ingraziarsi il nazista per convincerlo a tenere aperto lo zoo quindi flirta con lui, e a un certo punto sembra che il film sia più interessato a scoprire se Antonina ed Heck finiranno o meno a letto insieme piuttosto che seguire la terribile esperienza degli ebrei nascosti nelle gabbie.

E così, mentre Antonina si fa corteggiare da Heck permettendogli di lavarle le mani (seriamente) siamo costretti a sentire il nazista vaneggiare sul suo sogno di zoologo di riportare in vita l’uru, un grande bovino estinto che rappresenterebbe la purezza del lignaggio della razza ariana (e bla bla bla): tutto estremamente non necessario, dato che il cattivo di turno in questo caso non dovrebbe essere il nazista arrapato, ma l’esercito invasore accampato nei confini dello zoo.

Nonostante i problemi La Signora dello Zoo di Varsavia rimane comunque un film con diversi punti di forza (alcune scene funzionano molto bene e suscitano tante emozioni differenti), primo fra tutti quello di promulgare la storia di Jan, di Antonina, e di tutti coloro che li hanno aiutati in questa straordinaria e a dir poco ammirevole impresa.

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