1922 di Zak Hilditch | Recensione

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A poco più di due settimane da Il Gioco di Gerald di Mike Flanagan e con il remake di It di Andy Muschietti appena uscito in sala, arriva su Netflix 1922, adattamento dell’omonimo racconto di Stephen King contenuto nella raccolta Notte Buia, Niente Stelle.

Il 2017 è stato, fra le altre cose, anche l’anno di Stephen King. Tra cinema (La Torre Nera, It, Il Gioco di Gerald) e televisione (The Mist, Mr. Mercedes), il re dell’horror ha dominato i palinsesti in lungo e in largo, e mentre spopola sul web il trailer della nuova serie di J.J. Abrams, Castle Rock (che arriverà nel 2018), e inizia a circolare la notizia che la serie tv de La Torre Nera sarà un reboot del pessimo lungometraggio di Nikolaj Arcel con Idris Elba e Matthew McConaughey, Netflix ci delizia con 1922 di Zak Hilditch: è una piccola produzione con poche pretese ma tanti spunti interessanti.

Siamo negli Stati Uniti rurali del 1922, quella campagna del Nebraska fatta di tramonti e campi di grano che sembrano usciti da un’opera del primo Terrence Malick. Il protagonista Wilfred (un ottimo Thomas Jane, che aveva già avuto a che fare con Stephen King negli adattamenti di The Mist L’Acchiappasogni) decide di uccidere la moglie per motivi finanziari, coinvolgendo nell’orribile crimine il suo unico figlio, Henry (Dylan Schmid).
Come spesso accade con lo scrittore del Maine, la semplice idea iniziale offre lo spunto per tantissime riflessioni esistenzialistiche sul senso di colpa, la religione, il rapporto padre-figlio e il ruolo della donna, tanto nella società quanto nel contesto familiare.
Hilditch, che nel 2013 debuttò con una stranissima opera prima (These Final Hours) a metà strada fra party movie, avventura post-apocalittica ed espressionismo, qui si dimostra sensibilissimo nel raccontare la psicologia del protagonista ed è bravo ad indugiare sui dettagli più raccapriccianti della vicenda (una cosa che manca, ad esempio, nell’It di Muschietti), permettendo così al pubblico di sentire il puzzo del sangue, il marciume della carne putrefatta e lo squittio dei topi.
La narrazione contemplativa (con tante scelte visive azzeccate: un plauso al lavoro del dop Ben Richardson) è un fuoco basso che brucia lentamente ma instancabilmente, e mescola atmosfere alla Shining (che, giusto per rimanere in tema ‘adattamenti kinghiani’, tornerà al cinema nel periodo di Halloween) con situazioni che sembrano uscite dal racconto Il Cuore Rivelatore di Poe.
Un film tanto semplice quanto disturbante, arrivato in punta di piedi e magari privo dell’appeal dei recenti adattamenti kinghiani, eppure sicuramente meritevole della vostra attenzione.
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