It – Prima Parte: l’horror ai tempi di Stranger Things

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“Stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti”.

La spaccatura fra arthouse horror e blockbuster horror negli ultimi anni si sta facendo sempre più netta, contrariamente a quanto invece sta accadendo al confine che separa cinema e televisione, che si assottiglia di giorno in giorno.

La sala cinematografica arranca dietro quella casalinga e il numero di biglietti staccati al botteghino diminuisce al crescere degli abbonamenti ai servizi di streaming on demand (negli USA, l’estate del 2017 è stata la più arida degli ultimi dieci anni dal punto di vista del box office): per stare al passo delle nuove regole narrative dettate dalla televisione, Hollywood imbastisce saghe che durano decenni (Marvel/DC), rispolvera franchise (Dark Universe/Monster Universe), plasma universi narrativi originali (James Wan e il The Conjuring Universe) oppure si affida ai remake. Di roba che ha a che fare con prodotti anni ’80, il più delle volte, così da poter far leva su quello che ultimamente viene definitivo “fattore nostalgia” (esploso con Stranger Things, ma nato molto prima col sottovalutato ma riuscitissimo Super 8 di J.J. Abrams).

Il mondo dell’intrattenimento, in sostanza, sta cambiando ad una velocità elevatissima e soprattutto costante, e il genere horror (il più inflazionato della storia del cinema, perché generalmente meno costoso e meno vincolante dal punto di vista artistico/creativo) si sta dividendo in due correnti sempre più nette e distinte: c’è l’arthouse, contemplativo, intellettualmente stimolante, profondamente inquietante (A Girl Walks Home Alone At Night, It Follows, Under the Skin, The Witch, Raw, The Neon Demon, It Comes At Night), generalmente servito ai festival e applaudito dalla critica ma debole dal punto di vista del riscontro commerciale (il che non è necessariamente un male, visto che la maggior parte di questi film parte da un budget ridottissimo che spessissimo viene quanto meno pareggiato); poi c’è il blockbuster, fatto di jump-scare in sequenza e sale gremite, scatole di pop-corn che saltano, urla ridacchianti e incassi da capogiro che fanno la fortuna delle major.

Quindi, ecco il grande puzzle del panorama cinematografico horror contemporaneo: spaccatura nettissima fra artistico e commerciale inserita nel contesto più ampio di cinema v televisione, film v saga episodica, racconto v romanzo.

It di Andrés Muschietti esce in un periodo storico (cinematografico e non) di grande mutamento e incertezza e il più grande pregio della produzione targata Warner Bros è proprio quello di cercare di essere tantissime cose contemporaneamente (un po’ come il mutaforma Pennywise): è un remake ma va per conto suo, è un blockbuster ma con elementi tipici dell’arthouse, è cinema perché è un film a sé stante, con le sue tematiche, le sue atmosfere, i suoi archi narrativi, ma è anche televisione perché rimanda ad un prossimo episodio, che per forza di cose affronterà altre tematiche e proporrà nuovi archi narrativi.

Il film non è un capolavoro horror e non si avvicina minimamente a questo status neanche durante le sequenze più riuscite, ma è sicuramente un capolavoro il modo in cui Muschietti coniuga atmosfere orrorifiche a momenti più dolci, rilassati e drammatici: se il film tv di Tommy Lee Wallace viene ricordato soprattutto per Tim Curry, il punto di forza di questo remake non è tanto Bill Skarsgård (il suo Pennywise demoniaco e fedelissimo al romanzo di King è il figlio spirituale di Clown di Jon Watts) quanto il Club dei Perdenti.

Ogni singolo attore-bambino è perfetto nella propria parte e tutti vengono spiegati a dovere (ma Mike viene un po’ tralasciato: James Bond di colore va bene, ma se poi ci dimentichiamo dei personaggi afroamericani …) ed è impossibile non affezionarsi a tutti loro, ai loro modi di fare, di parlare, di atteggiarsi, è impossibile non avere paura per loro ed è impossibile non ridere insieme a loro. Muschietti e Fukunaga (che doveva dirigere il film e che ha firmato le prime bozze della sceneggiatura, poi rimaneggiata perché ritenuta troppo estrema), più che l’ansia di crescere, la paranoia e il terrore che Pennywise rappresenta hanno saputo trasmettere innanzitutto il senso di amicizia fraterna che trionfa su ogni cosa: il concetto di unità, di gruppo, di circolo, quel ‘noi contro gli altri’ che è l’unica arma adolescenziale per difendersi dal mondo degli adulti (al contrario del romanzo originale, qui tutte le figure adulte sono negative o sgradevoli).

In questo senso il film è più un racconto di formazione che un horror, una sorta di riuscitissima commistione fra I Goonies, Stand by Me e uno slasher movie anni ’80 (sia i Goonies che Nightmare vengono citati nel film) e sarà interessante vedere come Muschietti evolverà le atmosfere nel secondo capitolo, quando i nostri protagonisti saranno adulti e dagli anni ’80 ci ritroveremo ai giorni nostri, i giorni di Stranger Things, in cui gli anni ’80 sono tornati in voga.

Sarebbe divertentissimo e geniale se Muschietti e Fukunaga, nella seconda parte, riuscissero a fare un discorso su questo argomento qui, su questa nostalgia canaglia e sui revival anni ’80. Magari citando proprio Stranger Things.

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