“Questo è il futuro o è il passato?”

L’epopea surrealista di David Lynch si conclude con un urlo notturno e l’immagine di Laura Palmer che sussurra qualcosa nelle orecchie di Dale Cooper . Epopea surrealista che, col doppio episodio finale (che riecheggia il doppio episodio di premiere, tanto nella formula quanto nel contenuto), si candida come istantaneo capolavoro moderno.

Domande irrisolte? Decine. Momenti indimenticabili? Anche di più, probabilmente.

In fondo c’era da aspettarselo, giusto? L’originale Twin Peaks terminava con la vittoria del male sul bene, con l’eroe soggiogato dal nemico, e il prequel Fuoco Cammina Con Me andava anche oltre. Se avete viaggiato fino a Washington (lo Stato, non D.C.) con la speranza di un lieto fine, le vostre aspettative saranno tristemente tradite (nonostante ci sia un barlume di lieto fine: Dougie e Janey-E possono finalmente stare insieme!) al termine di questo revival/reboot/sequel.

Ma è stato detto un milione di volte che l’importante non è la destinazione, e The Return 17/18 ne è l’ennesima prova.

In retrospettiva, la sensazione che la terza stagione di Twin Peaks non sia stata altro che un enorme, lunghissimo ed artistico esperimento televisivo è ancora più forte, probabilmente perché è proprio quello che David Lynch aveva in mente di mostrare al mondo fin dall’inizio: si può creare qualcosa di originale anche lontano dal grande schermo, anche in un panorama estremamente saturo di offerte e prodotti preconfezionati come quello della televisione contemporanea.

“Viviamo in un sogno” dirà l’agente Cooper verso la fine dell’episodio 17. “Viviamo in un sogno, e spero di rivedervi ancora.” E la potenza onirica che permea le due ore conclusive della serie è sbalorditiva e pietrificante: quando ciò che accade a schermo viene enfatizzato dal volto dell’agente Cooper in primo piano e in sovrimpressione, la linea di confine fra sogno e realtà viene spazzata via e tutto ciò che accade da quel momento in avanti sembra distaccato da ogni tempo e da ogni spazio.

Torniamo a Fuoco Cammina Con Me. Torniamo al primo episodio del Twin Peaks originale. Laura torna in vita. Non c’è più nessun cadavere da trovare all’inizio della serie. I mondi collidono. Le dimensioni si mischiano. I tempi si confondono. Torniamo nella Loggia Nera, all’inizio (o alla fine) di The Return. Questo è il futuro o è il passato? Questo è il passato o è il futuro?

E’ impossibile dirlo, perché è impossibile discernere avvenimenti e situazioni. L’unica cosa certa è che siamo di fronte alla quintessenza del surrealismo. Questo è puro David Lynch.

Probabilmente il sottotitolo The Return non si è mai riferito alla serie. Probabilmente non si è mai riferito neppure al fatto che i fan della serie sarebbero potuti ritornare dopo quasi trent’anni nella città di Twin Peaks.

Chi è ritornato è stato l’agente Dale Cooper, e forse anche Laura Palmer. Sicuramente è tornato David Lynch, il cui ultimo lavoro (se escludiamo il documentario sui Duran Duran del 2014) risaliva al 2006, con lo straniante Inland Empire (Lynch che cita se stesso mettendo Kyle MacLachlan e Laura Dern all’interno di un’auto parcheggiata sul ciglio della strada: ogni cinefilo che si rispetti non può non tornare con la mente ad una delle migliori scene di Velluto Blu, capolavoro che sconquassò per sempre le fondamenta stesse del cinema americano) e che dimostra ancora di essere il migliore in quello che fa (ora chi ha criticato il finale di Lost dovrà perdonare Lindelof, o iniziare a odiare di riflesso anche Lynch).

O ancora: forse il ritorno è quello eterno suggerito in Così Parlò Zarathustra, un circolo infinito (come l’8 di vapore che viene mostrato alla fine dell’episodio 17) che vede Cooper continuare a svegliarsi senza soluzione di continuità per condurre Laura/Carrie verso la pace.

E poco importa che, ogni volta, l’eroe continui a fallire. Perché ritorna sempre, per sempre, per tentare ancora.

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