Abbiamo visto in anteprima il nuovo film di Adam Wingard, Death Note, trasposizione cinematografica del celeberrimo manga creato da Tsugumi Ōba e Takeshi Obata.

Basta la prima mezz’ora per capire come sia proprio il film stesso ad essere il primo nome nel Death Note.

Adam Wingard, nuovo astro nascente del cinema horror con gli ottimi You’re Next, VHS The Guest, si trova assolutamente disorientato dinanzi al materiale originale della nuova produzione Netflix, che in pochissimo tempo (appena 100 minuti) pretende di raccontare tantissime storie, finendo col collezionare una serie di clamorosi buchi nell’acqua.

C’è di tutto in Death Note, e troverete qualsiasi cosa stiate cercando – che siate fan dei teen movie, degli horror o dei crime-thriller. L’unica cosa che manca è la coerenza.

C’è la storia di un ragazzo, un ragazzo piuttosto sveglio e intraprendente ma con chiari problemi relazionali, che una volta ricevuto il potere di un dio della morte avrà la splendida idea di iniziare ad uccidere persone crudeli e/o ignobili criminali in giro per il mondo. C’è la storia d’amore con la bella cheerleader darkettona, chiaramente arrapata dalle capacità sovrannaturali del suo nuovo ragazzo. C’è la storia di un padre poliziotto coraggioso ma fragile, che ha perso la moglie e vuole legare col suo unico figlio. C’è perfino la storia di un’organizzazione segreta che addestra i bambini a diventare i più implacabili, ispirati e criptici detective del mondo.

Chiariamo: a me non è mai interessato il whitewashing e mai mi interesserà, non mi importa che il manga originale sia ambientato in Giappone e che il film (essendo una produzione statunitense) abbia lo skyline di Seattle come sfondo; queste polemiche, per me, lasciano sempre il tempo che trovano e di certo il mio metro di giudizio non si baserà mai e poi mai sul colore della pelle dei suoi protagonisti.

Detto questo: Death Note è un film davvero pessimo, e pure su tutta la linea.

Il concept alla base del film è straordinario, naturalmente, ma Wingard non si pone minimamente il problema di affrontarlo e/o svilupparlo ad un livello che sia emotivamente soddisfacente o intellettualmente stimolante. Mi spiego: nel primo quarto d’ora il protagonista (Light, interpretato da un pacchiano Nat Wolff) usa i suoi poteri per decapitare un compagno di classe senza neanche pensarci due volte, e allo stesso modo il regista sorvola sulle ovvie conseguenze morali che una decisione così drastica dovrebbe scatenare sullo sviluppo caratteriale di un personaggio.

Il film invece prosegue imperturbato e imperturbabile, proprio come il protagonista, che entro la prima mezz’ora ha già cambiato drasticamente il mondo, architettando omicidi di massa (di persone cattive) in ogni angolo del globo. Ovviamente tutte queste morti improvvise (la conta sale ad oltre 400 criminali) suscitano l’interesse di media e delle agenzie governative: il più grande detective del mondo, il cui nome è un mistero e il cui volto è coperto da una minacciosa bandana e da un ancor più minaccioso cappuccio, in qualche modo riesce a scoprire che l’onnisciente super serial killer risiede a Seattle. E che forse è il figlio di un agente di polizia.

Se leggendo queste parole avrete la sensazione che tutto sia frettoloso, forzato e banale, vi assicuro che è perché tutto è davvero frettoloso, forzato e banale.

La storia del cinema è piena di esempi sul come e perché le storie surreali che funzionano nelle pagine di un manga non sempre poi finiscono col funzionare sul grande schermo (la prima eccezione che mi viene in mente è Oldboy di Chan-wook, e la seconda è il recente Blade of the Immortal, tratto da L’Immortale, che abbiamo visto in anteprima a Cannes), e Death Note finisce esattamente in quel limbo nel quale i fan dell’opera originale speravano non sarebbe finito.

E’ un film ambizioso dal punto di vista visivo, ma che fallisce miseramente nel tentativo di creare un qualsiasi tipo di interesse per i personaggi coinvolti o i temi trattati. Inoltre, il climax è forse una delle scene più ridicole che potrete vedere quest’estate.

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