Chris Redfield, agente dell’anti-bioterrorismo, chiede aiuto alla professoressa ed ex-collega Rebecca Chambers e all’agente governativo Leon S. Kennedy per trovare Glenn Arias, trafficante d’armi biorganiche che intende scatenare un nuovo letale virus su New York. Arias vuole vendicarsi del governo per aver attaccato la sua abitazione nel giorno delle sue nozze uccidendo sua moglie e tutti i suoi cari.

Resident Evil è un franchise in crisi d’identità. Il videogioco originale della Capcom, uscito nel 1996, si rifaceva al gameplay di Alone in the Dark della francese Infogrames. Marchio distintivo era lo stile cinematografico garantito dai continui cambi d’inquadratura ad ogni schermata ed un patchwork di citazioni da svariate pellicole di genere horror con un’atmosfera e gag jumpscare terrificanti.

La formula si è appannata col passare degli episodi fino alla svolta radicale di Resident Evil 4 con un nuovo efficace gameplay in semi-soggettiva. Un capolavoro di natura schizofrenica. Horror a tutti gli effetti nella prima parte con una brusca virata all’action nella seconda che avrebbe pesantemente gravato anche sui due episodi successivi sfociando in sequenze cinematiche più vicine ad un Fast & Furious che ad un film di Romero.

La saga cinematografica live-action, terminata quest’anno con il sesto capitolo, ha contribuito al cambio di tono della serie, proponendo dinamiche avventurose e fantascientifiche in salsa post-apocalittica per un pubblico di teenagers causando ben pochi brividi.

Mentre il settimo capitolo del videogame ha segnato un’altra svolta passando ad un convenzionale gameplay in soggettiva ma tornando anche ad un’immersiva atmosfera horror, la serie filmica sembra invece in procinto di proseguire sulla dicotomia horror-action. Il reboot è stato infatti affidato a James Wan che si è fatto le ossa con entrambi i generi (The Conjuring, Fast & Furious 7).

Il terzo capitolo della saga animata, che si inserisce nella continuity di quella videoludica, è figlio di questo smarrimento e non sa cosa vuole essere. Il film, come i suoi predecessori, altro non è che la lunga cinematica di un videogioco senza gameplay anche se questo nuovo episodio denota qualche miglioramento nella mimica corporea dei personaggi.

Le premesse ci sarebbero anche. Il prologo cita il primo Resident Evil, torna alle atmosfere del capostipite con una buona dose di splatter e lascia ben sperare per il prosieguo. Interessante la dicotomia tra Chris Redfield, soldato ligio al dovere, e Leon Kennedy, sbandato e sfiduciato. Sembrano esserci i presupposti per un divertente buddy movie.

Il villain è un mercante di armi bio-organiche ma l’attacco sconsiderato del governo americano nel giorno del suo matrimonio lo rende anche una vittima col quale si può empatizzare. E’ un uomo che non ha superato il trauma e cerca di rimettere in scena il matrimonio con i cadaveri viventi degli invitati e Rebecca Chambers costretta a fare da sposa. Tutto molto bello ma anche molto breve.

Le promesse non vengono mantenute, lo sviluppo dei personaggi si ferma qui, l’horror svapora e resta solo un’ultima mezz’ora di action tamarra che va dall’esageratissimo piano sequenza della corsa in moto di Leon contro i cani-zombie alla fin troppo elaborata coreografia di combattimento finale. Tirapiedi del villain sono Maria, che pare uscita da un fumetto di Rob Liefeld e viene rimandata al prossimo episodio, e Diego, praticamente identico al Bane della serie videoludica Batman Arkham. Alla faccia del girl power, Rebecca Chambers diventa per due volte la donzella da salvare e non entra mai in azione. Se questo è il massimo che il franchise ha da offrire al momento, c’è bisogno di rivedere tutto in maniera molto radicale.

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