“Ma tu non sei un angelo. Non c’è nessun messaggio. E a Dio, io non interesso.”

Inizia sulle note di Personal Jesus di Richard Cheese il terzo episodio di The Leftovers 3, nuova variazione alla sigla d’apertura (a questo punto è lecito aspettarsi che ci sarà una nuova canzone ad ogni nuovo episodio; d’altro canto, Lindelof usa spesso musica extradiegetica come metafora/commento a ciò che accade sullo schermo, e che abbia iniziato a farlo direttamente dai titoli di testa non mi sorprende affatto).

Dopo la digressione su Nora dello scorso episodio, Crazy Whitefella Thinking ci consegna il tanto atteso episodio Kevin Senior-centrico: star assoluta è l’impareggiabile Scott Glenn, per la prima volta al centro dei riflettori dopo le tante piccole e più o meno marginali apparizioni nel corso delle due precedenti stagioni.

Kevin Garvey padre vive oggi in Australia, nazione che ha girato in lungo e in largo dopo la sua partenza da Mapleton (vista nel secondo episodio di The Leftovers 2). Nei tre anni trascorsi dalla fine della scorsa stagione, Kevin senior ha intrapreso un personale percorso spirituale per comprendere gli usi e i costumi delle popolazioni aborigene, ed è convinto che nel settimo anniversario della Dipartita il mondo verrà colpito da un Diluvio Universale che metterà fine ad ogni cosa.

Lui è in grado di impedirlo. Cantando.

Questa l’affascinante premessa dell’episodio, nel quale Damon Lindelof compie un’analisi straordinariamente intelligente su come e sul quanto la fede, a volte, possa spingere le persone ad auto-ingannarsi.

Avendo il serpente come totem Kevin sr inizia il Cammino dei Canti che, oltre ad esistere davvero, nella cultura aborigena (che considera il viaggio come un importante rito di passaggio, perché costringe l’individuo ad allontanarsi dalla tribù) ha una rilevanza considerevole: ogni meta lungo il percorso ricalca le vie percorse dagli antenati totemici, che crearono ogni forma di vita attraverso il … già, attraverso il canto.

E’ interessante questo aspetto: banalmente, nella vita di tutti i giorni, siamo abituati a considerare il canto come una forma di espressione, una forma d’arte, un modo per sentirci liberi.

In Australia, invece, il canto è addirittura sinonimo di vita, e sicuramente è sinonimo di vita anche in The Leftovers (ricordate la seconda morte di Kevin, giusto?).

Ovviamente, come spesso accade durante questi episodi-digressioni, il protagonista sarà costretto ad affrontare una serie di imprevisti, secondo l’archetipo narrativo dell'”eroe che deve dimostrare il suo valore superando varie prove via via più difficili”.

Per Kevin sr la cosa vale il triplo. Da quando, cinque minuti dopo la Dipartita, la sua testa si è riempita di misteriose voci che gli dicevano cosa fare, ha sempre avuto delle prove da superare, ha sempre dovuto confrontarsi con chi non credeva in lui, con chi lo credeva pazzo. Il fatto che abbia deciso di ascoltare quelle voci e mettersi finalmente in gioco non cambia la sua situazione: rimane comunque un vecchio strambo convinto di dover impedire l’arrivo del Diluvio Universale; inoltre, in Australia le cose sono pure peggiori: lì è un vecchio strambo convinto di dover impedire l’arrivo del Diluvio Universale che sta cercando di appropriarsi di una cultura che non gli appartiene.

Come totem, poi, Lindelof decide di assegnargli il serpente. Banalmente, potremmo considerare il serpente secondo gli standard simbolici della religione cristiana (incarnazione di Lucifero, portatore di peccato e tentazioni, ecc ecc) e in effetti nel corso dell’episodio sarà proprio un serpente a rappresentare l’insidia più grande per Kevin sr.

Ma andando un po’ più a fondo potremmo parlare del dio-serpente Glicone, il cui culto venne fondato in Anatolia (una regione dell’odierna Turchia) da Alessandro di Abonutico più o meno nel 150 d.c. La particolarità di questo dio-serpente, questo Glicone, sta nel fatto che Alessandro basò il suo culto esclusivamente sulla credulità del proprio popolo: fingeva di ritrovare oggetti apparentemente di natura divina, assoldava oracoli che potessero raccontare profezie nelle piazze; addirittura arrivò ad ammaestrare un serpente di enormi dimensioni per far sì che il suo popolo credesse in questa divinità, divinità che a tutti gli effetti era stata lui a creare.

Un inganno, in pratica. Ma le persone ci credevano.

Questo non è forse uno dei temi principali di The Leftovers? La potenza con cui la fede riesce a sopraffare la ragione?

La fede di Kevin sr è riposta nel fatto che, per qualche ragione, spetta a lui salvare il mondo. Forse è così. Forse no. Ma lui ci crede davvero, e in questa puntata non sarà il solo personaggio pronto a fare follie per qualcosa in cui crede.

Farà infatti la conoscenza di Grace – interpretata dalla vincitrice del Tony Award Lindsay Duncan, già vista alla fine dell’episodio precedente – il cui monologo finale indirettamente riassume in una maniera splendidamente drammatica l’esistenza di Kevin sr.

Ci sono ancora un paio di cose da dire, prima di chiudere.

Quando Kevin sr dice a Matt: “Non faccio parte della storia di Kevin jr, è lui che fa parte della mia”, mi è tornata in mente la battuta, molto simile a questa, con la quale Patty scherniva Kevin (jr) nei primi episodi della seconda stagione. Quando diceva: “Simpatici i Murphy. Non riesco a capire se sono parte della tua storia o se sei tu ad essere parte della loro.”

Sono preziosismi narrativi, questi di Lindelof, che ci ricorda continuamente che i personaggi che ha creato sono talmente ben caratterizzati che, in fondo, non c’è un solo protagonista (lo fa anche in questo episodio con Grace, dopotutto: indicatemi uno sceneggiatore o una serie tv capace di farti amare un personaggio appena introdotto nel giro di due minuti, perché io non ne conosco e ho parecchi nomi o titoli fra i quali cercare).

Poi, mentre guardavo l’episodio – e ascoltavo l’episodio, perché come detto Lindelof fa ampio uso della musica extradiegetica e The Leftovers molto spesso va anche ascoltato – ho notato un incremento, in questa stagione (almeno finora) di canti religiosi e/o tonalità gospel, e mi è tornato in mente il paragone con la Divina Commedia che azzardai nella recensione dell’episodio Assassino Internazionale: visto che la prima stagione è stata cruda e oscura (Inferno), e la seconda ci ha mostrato il confine fra la vita e la morte (Purgatorio), è possibile che questa terza ed ultima (cantica) stagione oserà spingersi verso atmosfere più celestiali?

Mancano cinque episodi, e poi potremo tirare le somme. Quel poco che abbiamo di certo finora è questo: Crazy Whitefella Thinking non è solo il miglior episodio visto a tutt’oggi in questa stagione, ma va a piazzarsi prepotentemente nella top 3 dell’intera serie.

telegra_promo_mangaforever_2