Recensione – La Scoperta – Netflix

Pubblicato il 6 Aprile 2017 alle 15:00

Robert Redford, Rooney Mara e Jason Segel sono le star del secondo lungometraggio del regista losangelino Charlie McDowell. Prodotto da Netflix, il film è uno sci/fi a tinte romantiche sull’esistenza o meno di un mondo dopo la morte.

La Scoperta ha uno di quegli inizi notevoli che fin dalla prima scena riescono ad imprimersi nella corteccia cerebrale dello spettatore, con l’eminente scienziato di turno che avvisa della scoperta di un “nuovo piano dell’esistenza”. Hanno trovato l’al di là.

Ecco, la scoperta più sensazionale della storia dell’umanità (e lo dico da ateo convinto) è stata resa nota e ufficializzata al grande pubblico, e diventata una sorta di strumento mediatico incanala la maggior parte della popolazione mondiale verso una drastica decisione: suicidarsi per andare ad esplorare l’altro mondo.

Wow. Applausi. Mani che si stringono scambiandosi i complimenti. Cappelli che volano in aria come alle cerimonie americane per il diploma. L’intelligente premessa metafisica ideata dallo sceneggiatore/regista McDowell fa colpo, è acuta, accattivante, tagliente, provocatoria, estremamente inquietante.

Ma poi, purtroppo, il film inizia a perdere terreno. Se il cinema fosse una corsa sui cento metri, La Scoperta sarebbe quel corridore lì in ottava fila, un po’ sfigato, un po’ sconosciuto, che attira su di se gli sguardi di tutti compiendo un’incredibile scatto che lo porta in testa nei primi quaranta metri … per poi perdere terreno in maniera tanto repentina quanto ineluttabile, e chiudere al quinto, sesto posto.

Non di più, ma neanche di meno.

Era lo stesso problema di The One I Love, film d’esordio di questo giovane regista californiano: grande premessa, un concept molto sagace (il tema del doppio, studiato attraverso il concetto di coppia, una coppia sull’orlo della separazione) che però arrivava molto stanco ai titoli di coda, molto stanco e insicuro, reo di non avere il coraggio necessario a spingersi verso i territori del surreale per restare ancorato alla fantascienza.

(Datele a un Lanthimos qualsiasi queste due sceneggiature, e vedete che gioielli surrealisti vi tirerà fuori).

McDowell invece sembra indeciso sul da farsi, incapace di scegliere da che parte stare, e soprattutto incapace di scrollarsi di dosso questa pseudo fantascienza intellettuale per abbracciare il fascino ignoto del surrealismo, che avrebbe dato tanto di più ad entrambi i suoi film.

La Scoperta risulta comunque interessante e godibile, con un’inizio eccellente come già detto (Robert Redford è sempre Robert Redford, e il suo lavoro nella scena iniziale è una delle cose più potenti che abbia mai fatto) e impreziosito da un ottimo impianto visivo grazie alla fotografia glaciale di Sturla Brandth Grovien. Ottime le scene ambientate nel laboratorio e la colonna sonora di Danny Bensi  e Saunder Jurriaans è molto sollecitante.

Apprezzabile il tentativo di McDowell di parlare concretamente di una cosa evanescente e impalpabile come l’altro mondo, e preferirò sempre questo approccio tecnologico, fatto di macchinari e computer e cavi, a quello etereo e anche un po’ beffardo di altre pellicole simili (tipo Martyrs, un film che per chi non crede è a tutti gli effetti un film sul niente). Quello di McDowell vuole provare a rendere materiale l’incorporeo, il metafisico, attraverso la tecnologia, che è la nostra quotidianità, e l’idea è molto interessante.

Riuscita? Non al cento per cento. Ma lo sforzo è da stimare.

Tra i (tanti) difetti del film, invece, il principale è quello di rallentare narrativamente nei tempi in cui avrebbe dovuto accelerare, finendo col concludere le tante interessanti premesse in maniera poco soddisfacente. Inoltre si ha la sensazione che la sceneggiatura non sia altro che un enorme spiegone, nel quale i dialoghi fra i personaggi servono soltanto a comunicare allo spettatore quello che sta succedendo, quello che i protagonisti pensano, provano, hanno intenzione di fare e perché vogliono farlo.

Una cosa così non funziona, a livello cinematografico è estremamente controproducente. Capisco perché ai colleghi americani che l’hanno visto in anteprima al Sundance 2017 il film non è piaciuto: semplicemente non è un film da festival, e col suo volerci continuamente spiegare se stesso scade nel commerciale (non ci sarebbe niente di male, ma questo è un tipo di commerciale troppo auto-indulgente che per giunta vuole prendersi molto sul serio).

La Scoperta, in pratica, voleva essere una cena elegante in un ristorante di Bruno Barbieri, però finisce con l’essere un pasto fugace da Burger King. Non è la cosa peggiore del mondo, ma di certo c’è di meglio.

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