Kong: Skull Island – Recensione in anteprima

Pubblicato il 7 Marzo 2017 alle 22:21

Nel 1973, l’organizzazione governativa segreta chiamata Monarch scopre una misteriosa isola nel Sud del Pacifico dove vivrebbero alcune nuove specie animali. Bill Randa, membro dell’organizzazione, mette insieme una spedizione esplorativa scortata dagli Sky Devils, un team di elicotteristi guidati dal Ten. Col. Packard, e alla quale prendono parte James Conrad, un ex-soldato inglese reduce dal Vietnam, e la fotoreporter e attivista Mason Weaver. Scopriranno che l’isola è dominata da Kong, un feroce e gigantesco gorilla adorato dagli indigeni come un dio.

E’ una curiosa coincidenza che il nuovo film su King Kong esca nelle sale una settimana prima de La Bella e la Bestia, trasposizione live-action del classico d’animazione Disney. La storia del celebre gorilla gigante, nato nel capolavoro in bianco e nero del 1933, è infatti una rilettura moderna della fiaba di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont. In questo caso, però, i due film potranno scontrarsi sul fronte degli incassi ma non su quello tematico poiché Kong: Skull Island è un film di bestie senza la bella. Anzi, la bella c’è ma ridotta al minimo sindacale.

La componente romantica e intimista dell’originale, così ben rivisitata e ampliata da Peter Jackson nel sontuoso remake del 2005, è qui totalmente assente. L’esigenza alla base del reboot è unicamente quella di inserire il secondo tassello nel Monsterverse della Warner Bros. nato tre anni fa con Godzilla. In tal senso, la scena dopo i titoli di coda è un segreto di Pulcinella che non dice nulla di più di quanto il pubblico già conosca.

Jordan Vogt-Roberts, col freno a mano tirato in questo suo primo blockbuster, parte da una sceneggiatura che mescola svariate citazioni tra cui la più palese è senz’altro Apocalypse Now con King Kong, cuore di tenebra, adorato dalla sua tribù di indigeni più ospitali e new age rispetto a quelli del colonnello Kurtz. Curiosamente il film di Coppola veniva citato anche lo scorso anno ne Il Libro della Giungla, altra trasposizione live di un classico Disney, nel quale sempre una scimmia, Re Luigi, rifaceva il verso a Marlon Brando.

Quasi a testimoniare quale sia il modello che questa saga vuole seguire, ci sono parecchi volti provenienti dal Marvel Universe cinematografico. Tom Hiddleston (Loki) e Brie Larson (la prossima Captain Marvel) rappresentano il volto pacifista ed ecologista della spedizione. Ci si aspetterebbe un maggior lavoro di sfaccettatura per i loro personaggi ma restano al più abbozzati e monodimensionali, incapaci di veicolare le emozioni del pubblico.

Samuel L. Jackson sembra davvero Nick Fury al comando degli Howling Commandos in Vietnam. Tra i soldati, pura carne da macello com’è tipico in questo genere di prodotti, spiccano un ruvido Toby Kebbell (Dr. Doom ne I Fantastici Quattro) e l’ironico cinismo di Shea Whigham (Agent Carter). John Goodman reca tutte le contraddizioni dello scopo tanto scientifico quanto distruttivo della missione. Quello di John C. Reilly (Guardiani della Galassia) è il personaggio caratterizzato meglio, comico e surreale, con una back-story approfondita che cerca di essere il motore emotivo della vicenda.

L’unica vera ragion d’essere del film sono i ludici scontri tra King Kong, i terrificanti Strisciateschi e le altre immaginifiche creature che denotano un lavoro minuzioso di design e cgi che rende il film più interessante sul piano visivo che narrativo. Kong non suscita nel pubblico la stessa empatia delle sue incarnazioni precedenti ma si finisce ancora a fare il tifo per lui.

A questo proposito, la sequenza più iconica e memorabile vede il mostro, inteso come portento e creatura leggendaria, abbattere gli elicotteri americani rovesciando la celebre scena della Cavalcata delle Valchirie in Apocalypse Now e la natura si prende la rivincita sulla macchina bellica a stelle strisce, quella sì mostruosa nell’accezione più negativa del termine.

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