Corea del Sud. Seok-woo è un fund manager divorziato che trascura la figlioletta Su-an per lavoro. Per il compleanno della bambina, il padre decide di esaudire il suo desiderio ed accompagnarla dalla madre a Busan. In tutta la nazione, però, si sta diffondendo un virus che riporta i morti in vita. A bordo di un treno, Seok-woo e Su-an devono sopravvivere all’assalto degli zombi insieme agli altri passeggeri.

Train to Busan poster

Train to Busan dimostra come di questi tempi basti mettere degli zombi sullo schermo (piccolo o grande che sia) con uno straccio di metafora per far urlare il pubblico al capolavoro ed esaltare buona parte della critica. Non si spiegherebbe, ad esempio, il successo di una porcheria come World War Z o di una serie tv come The Walking Dead nella quale i morti viventi fanno a malapena da sfondo alle vicissitudini dei protagonisti.

Acclamato a Cannes e presentato in Italia alla Festa del Cinema di Roma, Train to Busan non è semplicemente un film sopravvalutato, è un’opera al più mediocre che neanche la regia spigliata di Sang-ho Yeon e un montaggio ben ritmato riescono a salvare dalla sua banalità.

George Romero ci insegna che le migliori storie di zombi sono quelle in cui i cari estinti ambulanti si caricano di una graffiante metafora socio-politica con la quale il pubblico possa relazionarsi. In questo caso il treno diviene un microcosmo che sintetizza le stratificazioni sociali e la lotta di classe. Assolutamente niente di nuovo. In tal senso, il concept può ricordare in parte quello del fantascientifico Snowpiercer, diretto dal pur sudcoreano Bong Joon-ho e tratto da un fumetto francese.

L’arco narrativo del padre cinico e arrivista e della figlioletta trascurata è quanto di più prevedibile possa esserci. Quello dell’egoismo e della sopravvivenza a scapito dei più deboli è l’unico tema del film che, oltre ad essere abusato, diventa subito didascalico, ripetitivo e retorico. In tal senso la metamorfosi del protagonista è fin troppo immediata.

I comprimari e le dinamiche della storia incarnano gli stereotipi del genere. C’è il proletario eroico, la mogliettina incinta, il senzatetto e, ovviamente, l’anziano e ricco manager non può che essere il cattivo della situazione. E, tanto per aggiungere cliché a cliché, figuriamoci se poteva mancare il tizio che viene morso dagli zombi, contrae il virus ed è pronto a sacrificarsi per gli altri.

I combattimenti con gli zombi sono ludiche scazzottate alla Bud Spencer ma con i potenziali effetti splatter lasciati puntualmente fuoricampo e l’assenza totale di gore. L’unico sangue che vediamo è quello di cui sono sporchi i vestiti dei personaggi. Viene accampato un collegamento tra il protagonista e le origini del virus che non avrà alcun autentico risvolto nella trama. Il finale vira al disaster movie di serie b e ad un epilogo melodrammatico che punta in maniera stucchevole alla lacrima facile e risulta consolatorio e salvifico come un horror non dovrebbe mai essere.

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