31 ottobre 1976. Cinque intrattenitori ambulanti vengono rapiti e condotti in un grande edificio dove tre anziani individui mascherati da grotteschi aristocratici li sottopongono ad un sadico gioco al massacro. Nelle successive dodici ore, i cinque compagni dovranno affrontare un gruppo di folli clown che cercheranno di torturarli ed ucciderli mentre gli aristocratici punteranno scommesse su chi riuscirà a sopravvivere. Uccidere o essere uccisi. Sono queste le uniche regole del gioco chiamato 31.

31

E’ la notte di Halloween. Vi svegliate infreddoliti, imbavagliati ed incatenati, sdraiati sulla paglia. Lampadine colorate si accendono tutt’intorno. Una esplode sprizzando scintille. Siete dentro il tendone di un circo. “Entrino i clown!” urla la voce di Rob Zombie. Schitarrate elettriche si confondono con il rombo di una motosega. Tutto questo vi ricorda qualcosa, un incubo che iniziavate a dimenticare, un luogo in cui siete stati qualche anno fa. Si chiamava La casa dei 1000 corpi.

Il concept di 31 nasce quasi per scherzo ed il film è stato realizzato attraverso il crowdfunding, sostenuto da quei fan che ormai sanno che cosa aspettarsi da Rob Zombie. Proprio nel momento in cui negli USA si sta verificando la cosiddetta Clown Hysteria, Zombie ci fa conoscere i suoi pagliacci assassini. Non scende a compromessi il regista e sfoga tutto il suo immaginario orrorifico sullo schermo fregandosene di chi va al cinema chiedendo trame complesse o metaforoni impegnati.

La sarabanda del terrore si apre in bianco e nero, musica anni ’30 e un folle Richard Brake in primo piano che parla direttamente al pubblico con gli occhi spalancati, concedendosi raramente un battito di ciglia. E’ una promessa. Un arrivederci all’ultima parte del film, se sopravviverete tanto a lungo.

La pellicola sgranata ci porta poi negli anni ’70, dove hanno origine le suggestioni di Zombie. Siamo nel furgone insieme dei cinque simpatici intrattenitori guidati dall’immancabile Sheri Moon, moglie del regista. Ci sono anche i glaciali occhi azzurri di Meg Foster (la Evil-Lyn del b-movie cult Masters of the Universe). Tra tonnellate di turpiloquio e gente che fa sesso nel retro del furgone, si parla di mettere in scena qualcosa in un gioco metanarrativo. La finzione nella finzione.

Nei panni di un aristocratico, Malcolm McDowell dà il via all’incubo dalla galleria di un teatro barocco. Il respiro affannato della handycam ci porta tra scenografie claustrofobiche sempre più kitsch, atmosfere malsane e illuminazioni macabre. Ci insegue un nano nazista cileno e clown armati di motoseghe che raccontano barzellette depravate.

Se Sex-Head sembra Harley Quinn versione Rob Zombie, Brake mantiene la promessa ripresentandosi nel gran finale ricordando alcune recenti versioni fumettistiche del Joker (ed è curioso dal momento che Brake ha interpretato Joe Chill in Batman Begins).

A volte gli effetti splatter sono così espliciti da schizzarci in faccia, in altri casi vengono lasciati fuori campo. Stanchi e affamati, l’unica sosta che ci viene concessa è un banchetto cannibalistico di carpenteriana memoria. Quando la notte è finita e sorge il sole c’è ancora qualcuno che bussa alla porta per fare “dolcetto o scherzetto.” Sì, ci siamo già stati qui, il repertorio è sempre lo stesso, ma è stato lo stesso spaventoso e divertente.

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