Orfani – Nuovo Mondo n. 12: Il terrore – Recensione

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Rosa, Cesar, Vincenzo e i loro alleati devono trovare il modo di abbandonare il Pozzo, l’inospitale luna su cui sono confinati, e raggiungere il Nuovo Mondo. Nel frattempo, la Presidentessa Juric affida a Sam la sicurezza della sua bambina e del figlio di Rosa ed assegna un’importante missione ad un clone misterioso per mettere fine al conflitto con i ribelli.

Tutta la serie di Orfani è stata strutturata su continue dicotomie e rovesciamenti di prospettiva espressi sia nei contenuti che nell’enunciato visivo. In un momento storico in cui giovani occidentali aderiscono alla dottrina del terrore dell’Isis è quantomai necessario cercare di avere un duplice punto di vista e i migliori racconti di fantascienza sono proprio quelli che fungono da metafora della realtà sociopolitica che ci circonda.

Il numero conclusivo della terza stagione di Orfani porta a compimento il viaggio e la trasformazione della napoletana Rosa, prima ribelle, poi immigrata clandestina a cui è stato strappato il figlio fino alla transizione in una vera e propria terrorista, come preannuncia in maniera fin troppo esplicita la cover di Matteo De Longis e il titolo della storia.

La situazione è piuttosto riconducibile. Rosa e gli altri ribelli sono bloccati su un pianeta desertico e inospitale dove si ergono preziose torri di trivellazione che forniscono il carburante alla colonia di Nuovo Mondo, il mondo su cui (soprav)vivere da profughi o da schiavi. Il pianeta azzurro e la luna rossa, occidente e medio-oriente. Non va per il sottile Roberto Recchioni, creatore della componente testuale della serie, che firma qui una sceneggiatura priva di sequenze astratte e metafisiche ed ancorata al contesto più concreto. Non a caso, si affida al tratto realistico di Davide Gianfelice e Matteo Cremona.

La colorista Alessia Pastorello passa dalle sfumature infernali del Pozzo al celeste glaciale delle stanze della Juric, a capo di un disfunzionale surrogato famigliare. Attenzione all’uso simbolico del gufo, citazione talmente ovvia che non la sottolineamo neppure. La dicotomia e il confronto tra le due figure materne rimanda a Mater Dolorosa, altra storia di Recchioni in uscita questo mese sulle pagine di Dylan Dog.

Nella terza linea narrativa viene introdotto un misterioso clone, protagonista delle uniche sequenze ludiche ed action dell’albo, accompagnato dal droide RR13, iniziali dell’autore, che conferisce uno sguardo cinico e sarcastico alla narrazione. Era evidentemente necessario inserire il nuovo personaggio in vista delle prossime stagioni ma il suo ruolo nella storia è piuttosto pretestuoso. La sceneggiatura ha il merito di fare autoironia in proposito.

Il racconto è interamente venato da una persistente tensione che s’insinua sotto la pelle del lettore e la bandiera degli Orfani sullo stampo di quella dell’Isis lascia presagire la terribile svolta finale. L’ossessione che spinge Rosa agli estremi si riflette nel suo aspetto esteriore. La sua figura diventa spigolosa, respingente, quasi androgina. Non c’è più cenno della figura morbida e attraente vista nei numeri precedenti.

Importantissima la scelta di mostrare l’ultimo atto in forma di trasmissione televisiva. Non è semplicemente una variazione stilistica. Veniamo di fatto scaraventati fuori dalla storia. Adesso non è più la prospettiva di Rosa o della Juric. E’ la nostra. La percezione della violenza diventa distaccata e spersonalizzante. In un battito di ciglia è tutto finito e il lettore non prova quasi più nulla per i personaggi. Lo stesso percorso disempatico compiuto dalla protagonista.

Anche la linea narrativa della Juric giunge ad un finale netto. La presidentessa sarà la protagonista della quarta stagione, una miniserie di tre numeri che vedrà ai testi anche Paola Barbato. Nonostante l’atrocità dell’epilogo, lo si potrebbe definire addirittura un lieto fine. E i due neonati, i nuovi Orfani, potrebbero essere “Una Nuova Speranza” per il futuro. Ma nell’universo di Orfani parlare di speranza è sempre un azzardo.

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