Dylan Dog n. 353: Il generale inquisitore – Recensione

Pubblicato il 26 Gennaio 2016 alle 10:06

Dylan Dog decide di far luce sulla morte di Michael Reeves, regista di tre capolavori horror scomparso nel 1969, all’età di venticinque anni, in circostanze che riservano ancora aspetti oscuri. Coadiuvato da Imogen, bella stagista del British Film Institute, l’indagatore dell’incubo si mette alla ricerca di James Trevanian, il misterioso produttore dell’ultimo film di Reeves. Intanto un moderno inquisitore e i suoi folli seguaci catturano e seviziano le giovani donne che ritengono streghe.

L’accostamento tra la censura in campo artistico e la caccia alle streghe è stato affrontato da Tiziano Sclavi nel controverso e indimenticabile n. 69 della serie regolare di Dylan Dog (intitolato, appunto, Caccia alle streghe). Il generale inquisitore può essere considerato un sequel ideale di quell’albo. Fabrizio Accatino rende omaggio al film Il Grande Inquisitore di Michael Reeves ripercorrendo in chiave romanzata la storia produttiva della pellicola e le vicissitudini personali del regista attraverso una sceneggiatura praticamente perfetta.

Il prologo introduce l’inquisitore Mister Long e i suoi seguaci, tra cui riconosciamo un rimando all’attore Richard Thomas (che ricorderete nel ruolo di Bill Denbrough in IT). Nonostante la sequenza non abbia risvolti cruenti, è il modus operandi del gruppo di psicopatici a mettere in guardia il lettore e a promettere le successive, immancabili efferatezze.

Perfino il titolo della storia viene piazzato nel posto giusto al momento giusto. Da qui in avanti la narrazione diventa un gustoso intreccio metalinguistico tra cinema e fumetto, come nella più classica tradizione della serie, reso ancor più suggestivo dal gioco di specchi tra fiction e realtà. Il lavoro di scrittura è raffinatissimo e mantiene intatti tutti gli elementi di un buon racconto di Dylan Dog senza mai scadere nella banalità o nel manierismo.

Ritroviamo il Dylan che più amiamo. Mollato dalla ragazza di turno, spinto ad indagare dal suo quinto senso e mezzo, moralista con le sue umane contraddizioni, tutto Craven Road, cinema e cenetta con la nuova fiamma. Anche Groucho fa il suo dovere nell’intervallare le sequenze drammatiche con una mitragliata di barzellette, a volte espresse attraverso i balloon pensiero mentre è solo, come ai vecchi tempi.

Nella prima metà dell’albo, Accatino si sbarazza delle dinamiche investigative e i disegni di Luca Casalanguida, al suo esordio sulla serie, animano i funzionali spiegoni cambiando stile o tecnica per adattarsi alla sequenza. Il tratto realistico, con bianchi e neri ben distinti, della linea narrativa principale si ammanta di grigi sfumati nei flashback ambientati negli anni ’60. Si passa quindi all’effetto della vecchia pellicola impolverata per un filmato d’epoca fino alle illustrazioni seicentesche stilizzate.

Nella seconda parte, la storia diviene un autentico torture porn che non lesina su violenza, splatter e nudità. Anche Il Grande Inquisitore presenta scene efferate che vennero ritenute pura exploitation dal censore John Trevelyan, nome che Accatino trasforma in quello del produttore Trevanyan. Proprio quest’accostamento tra censura e produzione può rappresentare lo spunto di riflessione più interessante ed attuale della storia.

L’inseguimento finale è puro guilty pleasure da b-movie horror che ricorda Killer! (n. 12 della serie regolare). L’epilogo è durissimo e rappresenta i risvolti del patto col diavolo che un regista stipula piegando la propria arte alle esigenze della produzione.

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