Steve Jobs – Recensione

Pubblicato il 25 Gennaio 2016 alle 23:05

Tre momenti fondamentali nella vita e nella carriera di Steve Jobs, co-fondatore della Apple, i movimentati backstage del lancio di tre prodotti iconici: il Macintosh 512K nel 1984, il NeXT Computer nell’88 e l’iMac nel ’98. Genio controverso ed egocentrico, Jobs è affiancato dalla fedele Joanna Hoffman, responsabile del marketing, per misurarsi con sfide professionali, confrontarsi con amici e colleghi, tra cui il socio Steve Wozniak, e accettare le sue responsabilità di padre.

Steve Jobs

Dietro le quinte della celebrità per scoprire il lato umano di Steve Jobs. Non è mai banale Danny Boyle nella scelta dei soggetti da portare sullo schermo e nell’impostazione dei suoi film. Stavolta si parte dalla biografia autorizzata del co-fondatore della Apple, scritta da Walter Isaacson, e adattata da Aaron Sorkin, uno dei migliori sceneggiatori su piazza che ha già lavorato su altre figure geniali in The Social Network di David Fincher e ne L’arte di vincere di Bennett Miller.

L’ambientazione del film riflette il suo impianto teatrale, vuoi per la suddivisione in tre atti, vuoi per una narrazione completamente costituita da dialoghi. Appena visto in Macbeth, Michael Fassbender fornisce una tripla performance da Oscar tratteggiando Jobs in tre momenti cruciali della sua vita ricalcando la sua mimica corporea ma senza eccedere nell’imitazione e lasciando ampio spazio alla propria interpretazione.

In superficie Jobs sembra lo stereotipo del genio distaccato e disempatico ma la sua caratterizzazione è ben più sfumata e sfuggente. Ne vien fuori il ritratto di un uomo che concepisce il potere come una forma di controllo sulla propria vita, un informatico che ha una concezione artistica della tecnologia.

Le sue idiosincrasie vengono fuori nei rapporti conflittuali con i colleghi e nella tormentata relazione con la figlia Lisa, di cui inizialmente rifiuta la paternità.

Le cariche professionali dei personaggi di supporto vengono utilizzate per esaltare la componente umana nell’interrelazione col protagonista e le dinamiche aziendali non diventano mai stucchevoli e non gravano sulla narrazione. Kate Winslet funge da contraltare emotivo e voce della ragione nel ruolo di Joanna Hoffman che segue Jobs come un’ombra.

Seth Rogen, meglio come attore che come regista, è Steve Wozniak, figura fondamentale che assume valenza dicotomica in contrapposizione al socio ed amico Jobs. Anche qui il lavoro di scrittura veicola le schermaglie professionali per esaltare il conflitto tra raziocinio ed emotività.

Il drammatico faccia a faccia finale nell’auditorium è uno degli apici del film. Mastodontico Jeff Daniels nel ruolo di John Sculley, CEO della Apple, dipinto come una figura paterna per il protagonista.

Michael Stuhlbarg, autentico sosia di Robin Williams già visto in Men in Black 3, è Andy Hertzfeld, membro del team Mac che deve sottostare al dispotismo di Jobs.

L’occhio registico di Boyle, le scelte di scenografia e fotografia, riescono a movimentare e a dare ritmo a più di due ore di dialoghi serrati, un’estetica funzionale come quella che ossessionava Jobs. Il co-fondatore della Apple si muove lotta contro il tempo in uno spazio claustrofobico trovando nel confronto conclusivo con la figlia Lisa una catarsi e, forse, una sorta di redenzione.

Nel film, il protagonista spiega che un cubo perfetto non appare tale a causa di un’anomalia ottica. Per dare la sensazione di essere perfetto, un cubo deve quindi essere imperfetto. Un’azzeccata metafora per descrivere Steve Jobs.

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