C’è una sottile differenza tra cinema e “buon” cinema. Senza stare qui a dibattere su quali siano le caratteristiche principali che gli contraddistinguono si può certamente dire che Still Alice fa parte di quest’ultima categoria.

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Tratto dal romanzo “Perdersi” della neuroscienziata Lisa Genova la pellicola racconta di Alice Howland, linguista e professoressa alla Columbia University di New York, donna sicura e determinata, moglie del chimico John Howland e madre di tre figli, Anna, Tom e Lydia. Nella sua vita ha sempre potuto contare sulle certezze date dall’amore della sua famiglia e dalle sue capacità in ambito privato e lavorativo. Queste certezze vengono messe a dura prova dopo che Alice scopre di essere affetta da una forma preliminare di Alzheimer che la porterà a scordarsi dalle cose apparentemente più banali fino a chi sia lei stessa. Presentato in anteprima mondiale a Toronto nel settembre 2014, il film sbarca il mese successivo al Festival internazionale del film di Roma in concorso per poi giungere nelle nostre sale questo gennaio.

Si parlava di “buon” cinema poco prima; si, perché Still Alice è un film intelligente e ponderato che non si abbandona a facili sentimentalismi o rappresentazione del dolore fine a se stesso. La malattia di Alice viene trasposta e soprattutto “spiegata” con realismo e a tratti con un’ironia disarmante, come se Alice sia lei stessa nostra madre, sorella o amica. E qui svolge un ruolo determinante chi la interpreta, quella Julianne Moore già vincitrice del Golden Globe alla “Miglior attrice in un film drammatico” e ora in corsa per l’Academy Award di una vita. Il suo sguardo profondo, penetrante, sofferente in ogni singola scena cattura letteralmente lo spettatore e più la sua malattia avanza più ci si sente parte della vicenda. E poi troviamo quell’ottimo Alec Baldwin, sempre una garanzia, solido come una roccia nel ruolo di padre e marito, spalla e complice di Alice che la incoraggia a cercare di andare avanti, insieme, nonostante tutto. E poi c’è quella sorprendente Kristen Stewart, ossia Lydia la figlia “ribelle” che non ha voluto frequentare il college come avrebbe voluto sua madre ma insegue il suo sogno, la recitazione. Nonostante la malattia incombente Alice non perde mai occasione per riaprire il “discorso college” con sua figlia che, puntualmente, si affretta a richiuderlo, oppure per aprirsi l’una all’altra come, forse, non avevano ancora mai fatto; i loro scambi di battute, i loro sguardi spesso sono un pugno nello stomaco.

Emblematica e toccante l’ultimissima scena quando Lydia dopo aver recitato una parte di un testo teatrale si avvicina a una Alice che ormai non riesce più a distinguere un sì da un no e le dice: “Allora..ti è piaciuto? Quello che ho appena letto..ti è piaciuto?…mamma lo sai di cosa parlava?”, e Alice risponde con voce tremante, fissando il nulla: “Amore…di amore”, e la risposta di Lydia: “Si mamma, è vero, parlava di amore”.

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