Molto si è detto in questi giorni sulla condotta del Corriere della Sera che ha stampato e commercializzato (insieme a Rizzoli Lizard) un libello contenente, tra le altre, alcune vignette, disegni e illustrazioni di diversi autori, senza acquisire preventivamente il consenso di tutti i soggetti coinvolti.

Quello che il giornale (che dovrebbe essere il primo quotidiano del nostro Paese) ha dimostrato, con le proprie azioni, è di non rispettare a sufficienza il diritto d’autore che è fratello di sangue del diritto di satira del quale tanti, troppi, si sono riempiti la bocca nei giorni scorsi.

Per le condotte (illecite) poste in essere dovrà rispondere, ma non è solo questo il punto.

Organizzare un’iniziativa a beneficio di Charlie Hebdo ed in ricordo degli autori massacrati lo scorso 7 gennaio ledendo il diritto d’autore di alcuni loro “colleghi” è peggio che illecito, è volgare.

Far finta di scusarsi mantenendo un’aria di superiorità lo è ancora di più.

Come ha correttamente sottolineato Leo Ortolani, la cosa più grave è che un comportamento del genere crea un precedente che nuoce a tutta la categoria (fumettisti, vignettisti, illustratori). Proprio per questo andrebbe stigmatizzato a dovere.

Fare i superiori, come ha scritto Roberto Recchioni (la cui posizione in massima parte condivido) sul suo blog, non serve ad altro, ritengo, che ad avallare la protervia di chi crede di poter fare quello che gli pare perché è certo di non doverne pagare le conseguenze, o (non so se è peggio) che le conseguenze da pagare siano così incerte e minime che valgono il rischio.

La più grossa caduta di stile, però, sono state le “non scuse”, che dimostrano quanto poco valore sia stato dato alla lesione dei diritti degli autori.

Non c’è ignoranza del diritto d’autore: una società così strutturata, se non ha un legale interno, ne ha uno di fiducia che contatta prima di intraprendere un’iniziativa editoriale. Questo legale, se la società si occupa di editoria, non può non conoscere almeno le basi del diritto d’autore.

Non c’è la buona fede per aver agito sull’impeto del momento: le persone si comportano in questo modo, non le società.

Non c’è la scusante dell’aver agito a scopi benefici: senza entrare in tecnicismi, dico solo che un illecito (non un “errore”, un illecito, pur di natura civile) resta tale indipendentemente dalla (presunta) nobiltà degli intenti che hanno ispirato coloro che l’hanno posto in essere.

La cosa che mi ha fatto indignare di più è la frase: “mi scuso con quanti si sono sentiti lesi nei loro diritti”. Sembra che, ad opinione del direttore del Corriere della Sera (riportata nell’articolo, a firma di Paolo Rastelli pubblicato sul numero del 16 gennaio del quotidiano milanese), siamo in presenza di alcuni autori un po’ suscettibili che si siano risentiti per un comportamento che, invece, era perfettamente lecito. Questi autori non si sono “sentiti”, ma sono stati effettivamente lesi nei loro diritti.

E questo lo sa anche il Corriere della Sera dal momento che, nel citato articolo si legge: “a pagina 4 del volume ci siamo detti disponibili a regolare ex post ogni contenzioso”. Che rispettino quanto hanno detto e paghino per i loro errori. Ma bisogna metterli in condizione di doverlo fare.

Un’azione legale per danni con devoluzione del ricavato a Charlie Hebdo, a mio avviso, ristabilirebbe l’equilibrio karmico delle cose, la giustizia, se volete, e rappresenterebbe un vero tributo a coloro a cui la vita è stata strappata. Di certo sarebbe un’iniziativa più nobile (anche se probabilmente meno redditizia) della pubblicazione del libello incriminato.

Se, da avvocato, seguissi questa causa, devolverei anche il mio onorario alla rivista francese, perché non è una questione di soldi, ma di dignità.

Non è detto, poi, che sia necessario andare fino in fondo e aspettare i tempi (ahimè troppo lunghi) della giustizia: anche una transazione preventiva andrebbe bene (anche se dubito che ad essa potrebbe addivenirsi senza l’intervento di un legale).

A tal proposito, mi permetto di suggerire al Corriere una soluzione a costo zero, ma a mio avviso assolutamente degna del buon nome dei fondatori del quotidiano (Eugenio Torelli Viollier, napoletano e figlio di avvocato, e Riccardo Pavesi, anche lui avvocato): si potrebbe concordare agli autori lesi nei loro diritti un indennizzo e versarlo direttamente, a nome di costoro, al settimanale francese. Tale indennizzo dovrebbe essere pari, per ciascun autore, alla quota parte dell’incasso complessivo della vendita del libello diviso per il numero complessivo di tutti gli autori le cui opere sono state inserite nel volume. Ad essere ancora più eleganti, si potrebbe corrispondere il residuo incasso sempre a Charlie Hebdo, ma a nome degli autori (se ce ne sono) che magari il consenso l’hanno prestato (ovviamente a patto che, a fronte di questo, non abbiano ricevuto alcun emolumento). Infine, i costi di stampa e distribuzione dovrebbero restare a carico di RCS e rappresenterebbero il contributo in beneficenza del Corriere.

Così dovrebbe ragionare, a mio avviso, il direttore di un quotidiano così importante per emulare la caratura morale dei suoi predecessori.

Se così non fosse, al di là dell’azione legale che pure riterrei doverosa, mi sentirei ugualmente soddisfatto se il mondo del fumetto facesse un fronte compatto, decidendo di non fare più affari con RCS ed il suo gruppo.

Almeno fino a che qualcuno non si profonderà in vere e pubbliche scuse.

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