Davvero n.1 di Paola Barbato – Recensione Star Comics

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Arriva in edicola un fumetto nato in Internet: Davvero, scritto dalla sceneggiatrice di Dylan Dog Paola Barbato, in un albo mensile targato Star Comics e imperniato sulle vicende quotidiane di una ricca e viziata ragazza.

Davvero n. 1 – Cambiamenti

Autori: Paola Barbato (testi), Walter Trono (disegni)

Casa Editrice: Star Comics

Provenienza: Italia

Genere: Neoromantico

Prezzo: € 2,90, 16 x 21, pp. 96, b/n

Data di pubblicazione: dicembre 2012

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In ambito creativo si è spesso parlato di realismo e molti artisti impegnati in svariati ambiti espressivi hanno cercato con le loro opere di rappresentare la realtà quotidiana. A mio avviso, però, tale concetto è ambiguo e filtrato dalla soggettività. In poche parole, esiste una realtà oggettiva ma viene interpretata dal singolo individuo in maniera personale. Perciò, se ci addentriamo in un discorso artistico, la realtà è trasfigurata dalla peculiare visione dell’autore. Inoltre, mi chiedo: qual è la realtà? Quella che vediamo ogni sera al telegiornale? Quella di cui leggiamo sui quotidiani? Quella che sperimentiamo nella vita di tutti i giorni? Se si tratta di quest’ultima opzione, direi che non esiste una realtà univoca che possa valere per tutti indistintamente.

Tale premessa è doverosa poiché la realtà è, o dovrebbe essere, l’elemento principale di Davvero, ideato da Paola Barbato, nota per le sue sceneggiature di Dylan Dog. Come gli utenti sanno, il fumetto ha ottenuto particolare attenzione nell’ambito del web e a partire da questo mese Star Comics ha deciso di pubblicarlo in un albo in bianco e nero e in formato bonellide, con qualche modifica rispetto alla versione originale. Va puntualizzato che sin dalla sua apparizione Davvero ha fatto discutere e non sono mancate le polemiche.

Secondo me, disquisire di realismo in ambito artistico è un controsenso. Ritengo che nella fiction si possa trovare una riflessione sulla realtà, sulla società in cui viviamo, sulle problematiche che la contraddistinguono, ma serve un elemento inventivo, immaginifico, che in Davvero è completamente assente. Capisco che era questo forse l’intento dell’autrice ma se voglio una dose di realtà non leggo un fumetto. Preferisco leggere un articolo giornalistico o un saggio o vedere un documentario o un’inchiesta televisiva; o, per essere più espliciti, esco di casa e mi confronto con gli amici, con i colleghi, con le persone in generale, e mi concentro sulle loro difficoltà quotidiane. Perciò, Davvero parte già, secondo me, con un grosso handicap: quello dell’inutilità.

Ma in cosa consiste l’opera in questione? La storia è imperniata su Martina, ragazza ricca e viziata di Brescia e, a detta dei genitori e degli amici, incapace di cavarsela da sola persino nelle situazioni più normali a causa dell’agiatezza e della permissività in cui è stata cresciuta. Dopo una lite con il padre, scappa di casa con ventimila euro. Va a Milano, prende una stanza in un albergo, spende e spande e poi, rendendosi conto che dovrà fare qualcosa di concreto, trova un appartamento. E qui conoscerà sette coinquilini che non sembrano avere molto in comune con lei. La trama è tutta qua. In parole povere, non succede praticamente niente e concludo quindi che la story-line non è caratterizzata da molte idee.

Inoltre, se la realtà è quella di Davvero, non posso non provare perplessità. Martina è tutto tranne che credibile. Lo stesso dicasi per i coinquilini che si riducono a meri cliché. Ci sono i soliti luoghi comuni sui ragazzi che non fanno nulla (pure nei fumetti dobbiamo sorbirci le banalità sui bamboccioni?) e francamente non ho mai incontrato un universitario ventitreenne che sogna la villetta a schiera e tre bambini. Non a ventitré anni, perlomeno. Qui non c’è realtà e per conoscerla basterebbe parlare con un giovane precario di un call center che potrebbe dirci qualcosa di realmente pregnante sulla quotidiana lotta per la sopravvivenza.

Davvero è assimilabile alla fiction televisiva da terzo mondo prodotta in Italia e caratterizzata da una visione moralistica e falsa della società ed è la dimostrazione di come un certo fumetto popolare nazionale sia a un livello discutibile. E mi fa specie che la Star Comics lo pubblichi mentre esistono talenti in grado di realizzare comics innovativi e inventivi, sistematicamente ignorati dall’ambiente editoriale nostrano. Si rileva per giunta un messaggio implicitamente reazionario: è come se si intendesse dire ai lettori, con atteggiamento paternalista, ‘cari ragazzotti, pensate alle cose serie, studiate, lavorate, sposatevi, e di fronte a un prete se no non vale, e comportatevi da brave pecorelle’. Davvero è l’evidente e degno riflesso di un paese benpensante e conformista ormai in declino.

A ciò aggiungiamo testi vecchi nell’impostazione di almeno vent’anni rispetto agli standard espressivi attuali, battute banali da Baci Perugina, dialoghi talmente risibili che al confronto Moccia sembra Proust e il giudizio non può che essere negativo.

Si salva solo il bravissimo Walter Trono che con il suo tratto rifinito e il taglio cinematografico delle vignette valorizza uno script basato sul nulla, dimostrando di saper caratterizzare visivamente ogni personaggio utilizzando soluzioni grafiche interessanti. Ma rimane il dispiacere di vedere un disegnatore talentuoso alle prese con un prodotto simile.


Voto: 4

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6 Commenti

  1. Premetto: “Davvero” non mi piace, non mi piace quello che rappresenta e non mi piace com’è scritto.
    Detesto le pretese di realismo e se in Italia, almeno per dieci anni, parlassimo per simboli, immagini e mitologia (classica o pop che sia), ci sarebbe solo da guadagnarci. Per me, Davvero è una muccinata.
    Detto questo, però, non sono d’accordo sull’idea che se vuoi del realismo non leggi un fumetto. Io, che detesto quanto questo tipo di “linguaggio” e rappresentazione della realtà, penso però che non vada condannato a priori. Alcune storie molto realistiche possono avere un loro spazio nella narrazione fatta a vignette, se sono raccontate bene e sono interessanti. Un sacco di autori hanno raccontato storie estremamente crude e veritiere. In alcuni manga, l’elemento fantastico (se c’è) è assolutamente accessorio, ma è appassionante vedere il gioco di relazioni tra personaggi. Ok, quello che dici, insomma… però occhio a non essere troppo prevenuto alla base (e ripeto, lo dico, condividendo in toto la tua antipatia per certo genere di storie).

  2. non ho letto un capolavoro, questo è vero ma l opera ha il suo pregio, sia per alcune scelte grafiche, sia per alcune scelte narrative: vero nulla di trascendentale, ma godibile e con alcune parvenze di realtà..
    per me si assesta su di un 6 pieno, per il momento

  3. @Cristiano Brignola: sono d’accordo con te ma cerco di spiegare meglio il mio pensiero. Il termine ‘realismo’ si presta a molte interpretazioni e a livello creativo ed artistico sarebbe forse meglio usarlo il meno possibile. Anch’io apprezzo opere fumettistiche che parlano della realtà purché però ci sia un elemento inventivo e immaginativo che, almeno secondo me, in DAVVERO proprio non esiste, e del resto mi pare che anche tu condivida tale assunto. Ma quando scrivevo (e qui ammetto di essere stato poco chiaro) che se voglio il realismo non leggo un fumetto, mi riferivo a un fumetto simile a DAVVERO e non ad altre opere fumettistiche che si basano sulla realtà e cercano di rappresentarla. Per esempio, recentemente ho letto un volume della Tunué, INVITO AL MASSACRO (trovi la rece in archivio, se sei interessato) che descrive ampiamente una certa società siciliana distrutta dal degrado, sia a livello politico sia a livello esistenziale, e quindi mette a confronto il lettore con un quotidiano realmente duro. Ma lo fa con elementi immaginifici e visionari che trasformano l’opera non nella semplice, cruda cronaca di un particolare vissuto. Tutto qui.

    @Goldroger: stante la differenza di opinione, più che legittima, intendiamoci, vorrei farti notare che tu stesso scrivi di ‘parvenze di realtà’, dandomi forse implicitamente ragione. Per me DAVVERO non raggiunge l’obiettivo proprio perché non mi fornisce la realtà ma, come dici tu, una parvenza. E dal momento che l’intento dell’autrice era quello, se non ho capito male, di scrivere una storia il più possibile vicina alla quotidianità, il giudizio che ne posso dare mi sembra scontato.

    Ciao ad entrambi :)

  4. sergio, proprio perchè parlo di parvenza lo porto a 6 e non a 4..non so quali fossero gli intenti della Barbato, ma quando leggo non mi faccio troppo influenzare dalle chiacchiere relative a cosa rappresenta il fumetto, l’obiettivo dell’autore ecc..lo valuto per quello che rappresenta per me e per come lo percepisco: parvenza perchè naturalmente i clichè portano ad esulare dalla realtà vera e propria della vita e, imho, il rapporto clichè -vita reale dovrebbe poi portare alla riflessione (dovrebbe sempre perchè stiamo parlando di un singolo volume e non abbiamo ancora tutti gli elementi per giudicare).
    da quanti numeri è composta la serie???

  5. Discorso chiarissimo, Sergio, e non posso fare a meno di condividere, specie sull’inserto di elementi visionari anche nelle opere a più alto tasso di realismo. “Invito al massacro” è un fumetto che mi ha incuriosito proprio partendo dalla recensione che ho letto qui, e spero di riuscire a procurarmelo al più presto!

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