Avevamo lasciato The Mandalorian la scorsa settimana – la nostra recensione del settimo episodio QUI – con un drammatico cliffhanger.

Mando – tornato su Nevarro con Cara, Kuiil e il droide IG-11 – aveva acconsentito al folle di Karga: utilizzare Baby Yoda come esca e uccidere il Cliente per liberare così in un solo colpo il pianeta dal giogo dell’ex-ufficiale imperiale e lui e Baby Yoda dalla taglia che pende sulle loro teste.

Il tutto si era rivelato ovviamente più difficile del previsto non solo a causa del doppio gioco dello stesso Karga, che aveva rivelato le sue vere intenzioni dopo essere stato salvato dai poteri di Baby Yoda, ma soprattutto a causa dell’arrivo sul pianeta del perfido Moff Gideon che senza farsi troppi scrupoli aveva eliminato il Cliente e costretto Mando, Cara e Karga ad un assedio mentre Kuiil alla fuga con il piccolo carico.

Da qui inizia questo ottavo ed ultimo episodio intitolato Chapter 8 Redemption.

Baby Yoda è in mano a due stormtroopers mentre Mando, Cara e Karga attendono nervosamente il loro destino assediati da un Gideon che pregusta già la vittoria. In soccorso di Baby Yoda arriva però IG-11 che, forte della sua nuova programmazione, lo recupera e corre in città a dare manforte agli alleati.

Pur seminando il panico fra gli imperiali la salvezza è ancora lontana e dopo aver confessato a Karga le sue origini, Mando rimane quasi mortalmente ferito. La fuga è propiziata da un nuovo intervento di IG-11 che compirà anche l’ultimo estremo sacrificio e dopo un incontro con l’Armiera sarà proprio Mando a compiere l’ultimo assalto a Gideon.

Chapter 8 Redemption chiude questa prima stagione di The Mandalorian in maniera pressoché perfetta fra scene d’azione al fulmicotone, rivelazioni su Mando e momenti ricchissimi di pathos.

Dietro questo ultimo episodio c’è la sceneggiatura solidissima di Jon Favreau, che riserva proprio in questo episodio le rivelazioni sul vero nome di Mando e sul suo volto in maniera assolutamente non banale e pregnante ai fini della tensione che permea tutti i 45 minuti, e la di Taika Waititi che, al netto di qualche passaggio eccessivamente banale e decisamente fuori contesto, dimostra di saper confezionare per ritmo e scene d’azione prodotti validissimi e lontani dall’estremismo demenziale dei film Marvel.

Favreau fino alla fine gioca con gli stilemi del genere western e benissimo con tutti gli attori messi in campo non cadendo nella tentazione di innestare a forza la sua creatura nell’organismo più grande che è Star Wars, quello cinematografico, che rimane un ottimo background su cui la serie mantiene costante la sua autonomia.

Se si dovessero fare due appunti a questa prima stagione sarebbero sicuramente da rivolgere al villain, introdotto forse troppo tardi e sviluppato in maniera troppo sbrigativa, e ad alcune scelte narrative che costringono giocoforza lo spettatore a porsi domande sulla coerenza interna della serie rispetto al canone. Inoltre la formula che ha privilegiato la verticalità più che la orizzontalità della trama potrebbe non funzionare ancora per la seconda stagione.

Al netto di queste piccole riflessioni, The Mandalorian rimane il miglior prodotto live action di targato Star Wars dopo Rogue One. Se questa serie/esperimento può insegnare qualcosa ai fan della saga e alla Disney è che forse l’orizzonte della saga va decisamente “espanso” verso nuovi orizzonti lontano dalle sicurezze commerciali di stilemi abusati spostandosi invece verso un approccio autoriale che ricerchi nuova linfa in nuovi personaggi o riletture più incisive dei grandi temi del franchise stesso.

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