Sapevamo già che la stagione di più recente uscita di Black Mirror sarebbe stata più ottimistica e meno distopica, come potete leggere anche in questo nostro articolo, il che però non deve necessariamente coincidere con un calo della qualità. O meglio, non dovrebbe.

Mi spiego meglio: personalmente, non apprezzo questa virata verso lidi più ottimistici e, in generale, la decisione di affrontare tematiche più “soft”, ma sto parlando ovviamente solo del mio gusto personale; tuttavia, sono aperta a qualsiasi tipo di cambiamento: per quel che mi riguarda, Black Mirror potrebbe anche trasformarsi in un medical drama, ma se fosse un buon medical drama non potrei certo valutarlo negativamente.

Purtroppo per questi ultimi episodi, però, il problema non è la decisione di provare ad esplorare nuove soluzioni, poiché non solo le tematiche, ma anche la narrazione delle stesse è nel complesso decisamente debole, con spunti di riflessione piuttosto banali e che sanno di già visto altrove, senza contare che i vecchi fan della serie si aspettano di vedere in Black Mirror delle storie che siano un po’ più “estreme” di quelle che potrebbero esistere nella vita reale, creando quindi un cortocircuito bizzarro per cui guardare un’edizione qualunque di un telegiornale qualunque si rivela un’esperienza più distopica della visione di uno di questi episodi.

La sensazione di avere già una certa familiarità con i temi trattati e un generale senso di noia permangono preoccupantemente. Almeno fino a quando non arriviamo al terzo e ultimo episodio, a mio avviso di gran lunga il migliore fra i tre che compongono questa controversa quinta stagione, composta da soli tre episodi, come ai vecchi tempi. Ma procediamo per gradi.

Vi anticipo però un paio di cose:

  • la mia recensione è del tutto priva di spoiler di rilievo, per consentirne la lettura a coloro che non hanno ancora visto gli episodi;
  • ho usato i titoli originali degli episodi anche se sono stati tradotti in italiano, poiché tali traduzioni sono del tutto arbitrarie e inopportune.

3EPISODIO 1: STRIKING VIPERS 

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Il titolo dell’episodio è stato tradotto in maniera letterale in italiano, per cui si intitola Il morso della vipera; in questo caso, ho scelto di mantenere il titolo originale perché si tratta semplicemente del titolo di un videogioco, per cui non si spiega davvero come mai si sia sentita la necessità di tradurlo. Ora scusatemi, vado a giocare ad Anime Oscure: Rimasterizzato.

Sarcasmo a parte, in tutti gli episodi di questa quinta stagione di Black Mirror sono presenti attori e personaggi celebri di un certo rilievo, a iniziare proprio dal primo, Striking Vipers, nel quale il protagonista, Danny, un uomo sposato e con un figlio, è interpretato da Anthony Mackie, già presente in The Hurt Locker e giunto più di recente alla notorietà per il grande pubblico grazie al suo ruolo di Falcon nei film del Marvel Cinematic Universe, personaggio, questo, presente in Captain America: The Winter Soldier (2014), Avengers: Age of Ultron (2015), Ant-Man (2015), Captain America: Civil War (2016), Avengers: Infinity War (2018) e Avengers: Endgame (2019).

Karl è un vecchio amico di Danny, con il quale amava condividere la passione per i picchiaduro in giovane età, e a cui presta il suo volto l’attore Yahya Abdul-Mateen II, già presente nel film del 2017 Baywatch e nel film DC Extended Universe Aquaman, nel quale interpreta il ruolo del villain Black Manta.

Theo, la moglie di Danny, è interpretata da Nicole Beharie, la Abbie Mills della serie televisiva Sleepy Hollow.

Dieci anni dopo le scene iniziali dell’episodio, Karl regala a Danny per il suo compleanno il nuovo capitolo della saga di videogiochi picchiaduro a cui giocavano da ragazzi, Striking Vipers (da cui il titolo dell’episodio), e un dispositivo per la realtà virtuale fortemente immersivo, grazie al quale i due amici, ormai vicini ai 40 anni, possono impersonare i personaggi del gioco in maniera diretta, sentendo tutte le sensazione provate dai personaggi; Lance è l’alter ego videoludico di Danny ed è interpretato da Ludi Lin, il Murk di Aquaman (2018), mentre Roxette (ogni riferimento al duo pop svedese omonimo non è per nulla casuale), il personaggio femminile controllato da Karl, è impersonata da Pom Klementieff, ovvero Mantis nei film Marvel Cinematic Universe Guardiani della Galassia Vol. 2 (2017), Avengers: Infinity War (2018) e Avengers: Endgame (2019).

Un cast di supereroi e villain, insomma, messo insieme per costruire una storia con un paio di spunti interessanti, ma nulla di più: fino alla prima scena in cui i due protagonisti principali vengono mostrati mentre si accingono a provare i nuovi dispositivi per la realtà virtuale, ovvero per i primi 20 minuti circa, nulla vi farà pensare che state guardando un episodio di Black Mirror, il che già di per sé è alquanto spiazzante.

Gli argomenti fondamentali sui quali l’episodio vuole concentrare l’attenzione degli spettatori vertono fondamentalmente sul rischio concreto di estraniazione quasi totale dal mondo esterno reale in virtù di quello interno, irreale e virtuale. Si tratta però anche di una rappresentazione e di una analisi dei rapporti interpersonali, dell’amore e dell’attrazione sessuale, con tutti i possibili quesiti e dubbi che possono accompagnare tali riflessioni.

A causa di uno stile narrativo a tratti per nulla intrigante e di una storia tutto sommato senza colpi di scena o particolari picchi di creatività, le seppur ottime interpretazioni dei suoi protagonisti non bastano a farne un prodotto di buona qualità, per cui la visione di Striking Vipers non è, nel suo complesso, quasi per nulla soddisfacente.

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