La tradizione del cinema horror è costellata da trame di tutti i tipi, tra eventi surreali, creature demoniache o spaventose e situazioni macabre con personaggi sovrannaturali. Dagli albori del cinema, con Nosferatu il vampiro (1922) di Murnau a Dracula, passando per altre pellicole firmate da grandi nomi della storia del cinema come Hitchcock e Kubrick, è stato frequente per gli spettatori spaventarsi davanti a orrori di ogni genere, atmosfere macabre e killer da brivido. Se spaventarsi di fronte a demoni o assassini, figure socialmente considerate del “male”, può risultare però “normale”, lo stesso non si può dire per due figure che, tendenzialmente, si collegano all’infanzia e al divertimento in generale: quelle delle bambole e dei clown.

La gande maggioranza degli esseri umani, durante l’infanzia o essendo a contatto con i più piccoli, si è trovato a guardare bambole da compagnia con cui si può giocare o addirittura dormire e, allo stesso modo, si è trovato ad assistere a simpatici siparietti allestiti da clown di circhi o cabaret, per allietare grandi e piccini. Perché, dunque, un filone del cinema horror in tempi recenti, ha scelto di usare come protagonista una bambola infantile demoniaca (che tutti noi colleghiamo al nome di Chucky, da La Bambola Assassina dell’88, sino al prossimo reboot diretto da Lars Klevberg, dal 19 giugno al cinema, in anteprima mondiale)? O perché, parallelamente, uno scrittore di successo come Stephen King, ha voluto far protagonista del suo romanzo horror-fantasy il clown Pennywise, arrivato poi anche sul grande schermo con l’adattamento cinematografico?

Le ragioni per cui, diversamente dalle “normali” figure maligne a cui sopra abbiamo accennato, la paura dei clown e delle bambole risulta meno comprensibile, deriva da fattori psicologici insiti nel profondo del nostro inconscio. Nota come Coulrofobia, la paura dei clown viene scaturita dai tratti familiari ma allo stesso tempo “deviati” del viso truccato, in cui il bambino (ma anche gli adulti) riconosce occhi e bocca ma, allo stesso tempo, ne nota la diversità rispetto alla normalità. Collegata a questa la Pediofobia, il terrore specifico delle bambole, anch’esse somiglianti all’uomo ma che, proprio per la loro condizione di non essere entità animate, distorcono le normali funzioni (come ad esempio il non sbattere le palpebre) che causano un effetto non aspettato, non adempiendo dunque alla loro totale funzione di riprodurre fedelmente le sembianze dell’essere umano (bambino/neonato o che dir si voglia) dal quale sono state ispirate.

E’ su questi fattori e su questi effetti stranianti che giocano i film horror: ad accomunare quindi la “spaventosità” di bambole e clown sarebbe dunque la loro incapacità di esprimere pienamente qualità umane, nonostante i loro tratti visivi (occhi, naso, bocca ecc…) inducano a pensare che lo siano. Che siano dunque un sorriso spalancato o meccanico, seguito da comportamenti imprevedibili e anti-sociali, tipici della maschera del clown (anche in situazioni in cui lo scopo non è quello di spaventare, ma di divertire) o gli occhi spalancati e il corpo immobile di un semplice bambolotto, l’effetto inconscio sul quale giocano i maestri dell’horror è quello di portare sullo schermo qualcosa che ci è sempre sembrato familiare ma, disattendendo le nostre aspettative, diventa spiazzante e crea qualcosa di inatteso che, proprio per questo, suggestiona e crea ansia e soprattutto terrore. Tanto terrore.

I produttori di IT, dopo aver portato al cinema Pennywise il clown, ci riproporranno sul grande schermo, dal 19 giugno in anteprima mondiale – grazie a Midnight Factory, etichetta horror di Koch Media – un nostro terrore infantile: Chucky de La Bambola Assassina. E per quanto lo spettatore possa essere preparato, inconsciamente, rimarrà sempre sorpreso dal vedere qualcosa di così familiare comportarsi in maniera del tutto innaturale.

E, questo, fa paura, molta paura…specie se la bambola in questione non è posseduta da un’entità demoniaca come nel film capostipite dell’88, ma è una bambola robot a cui viene manomesso il chip di funzionamento e che può controllare, connettendosi tramite cloud, tutti gli apparecchi elettronici che tutti noi siamo abituati a maneggiare ormai ogni giorno…

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