A poco meno di un anno di distanza dal precedente Gnomicide – A Rust Kingdom Tale – la nostra recensione QUIil vulcanico Spugna rimette mani a quel calderone di idee che è The Rust Kingdom per un secondo spin-off intitolato The Wizard Hat – Another Rust Kingdom Tale.

Un eremita/esploratore è attirato da alcuni misteriosi “segnali”. Il suo peregrinare è scandito dal passaggio in luoghi inospitali e una lotta per la sopravvivenza contro creature fameliche.

Quando i misteriosi “segnali” lo condurranno ad una altrettanto misteriosa piramide, per l’esploratore l’oggetto della sua ricerca sarà palese e a portata di mano: un cappello.

Senza perdersi in convenevoli, il cappello viene subito indossato catapultando il protagonista a contatto con una entità capace di mostrargli il passato, il presente e forse il futuro. Battaglie, distruzione e genesi dello stesso cappello si intrecciano fino a quando si ritorna bruscamente alla realtà dove il cappello/entità prende pieno possesso del suo ospite in maniera brutale ed è quindi nuovamente libero di affacciarsi nel mondo animato solo da un sinistro presagio: “Ora, ora so… ora so cosa devo fare…”

C’è qualcosa di prometeico e sicuramente mistico in The Wizard Hat – Another Rust Kingdom Tale ma anche qualcosa di estremamente disturbante.

Ancora una volta Spugna utilizzata la tecnica del libro “muto” – fatta eccezione per le uniche due battute finali – come chiave di lettura stilistica di questo breve ma come sempre incisivo nuovo tassello in quel calderone che è Rust Kingdom.

Se nell’opera principale convergeva tutto l’amore per il manga e per il fumetto d’azione in generale e nel primo spin-off riaffiorava invece una certa componente horror, in questo secondo spin-off l’attenzione converge tutta su un elemento in cui l’autore ripone il nucleo tematico stesso del libro.

Spugna ancora una volta si libera dall’incombenza della parola per narrare fortissimo per immagini riprendendo, e rielaborando ovviamente con il suo inconfondibile stile, la lezione di un certo fumetto anni ’70 di scuola francese, psichedelico e rarefatto.

Strumento scelto per questo interessante “esperimento” è la bicromia in cui il bianco e nero si scontro con il rosa fluo che fa da elemento conduttore nelle prime pagine per poi esplodere in quelle centrali e finali.

Non è una scelta casuale quella di Spugna anzi è sottesa all’elemento del cappello e dell’entità che lo governa che diventa senziente e dominante. L’autore sembra quasi volersi domandare cosa sia la conoscenza.

Una brama fortissima, una bestia incontrollabile, un sacrificio a cui è impossibile sfuggire, qualcosa che tocca nel profondo e lascia segni evidenti.

Ecco che il malcapitato protagonista fa esperienza di passato, presente e futuro in visioni che sono allegoria della conoscenza stessa intesa come forza imperscrutabile che trova compimento nella pagina finale in cui sempre il protagonista non è solo trasformato fisicamente ma la cui missione assume connotati altrettanto imperscrutabili.

Spugna sembra voler mandare questo messaggio quindi: la conoscenza è un percorso faticoso, di trasformazione e non senza conseguenze.

In un epoca di scarsa conoscenza – nell’accezione più ampia del termine – il messaggio è forte ma anche inquietante perché ribadisce come siano davvero “pochi” coloro che posso/vogliono conoscere.

Dal punto di vista grafico, oltre al già citato uso della bicromia, Spugna declina il suo tipico tratto in favore di una costruzione della tavola più orizzontale che verticale in ampi riquadri che rispecchiamo quel gusto settantiano citato poco sopra.

L’edizione Hollow Press è il classico e solidissimo brossurato agile e ben confezionato privo di qualsiasi orpello.

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IN BREVE
Storia
7.5
Disegni
9.0
Cura Editoriale
8.0
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