Un mix riuscitissimo d’animazione fra Midnight in Paris e The Handmaid’s Tale.

Dopo Kiriku e Azur & Asmar, Michel Ocelot torna con una storia d’animazione magica quanto nel 2011 lo fu il live action Midnight in Paris di Woody Allen.

Ambientato anch’esso nella capitale francese d’altri tempi come da titolo, Dilili a Parigi racconta la storia di Dilili, ragazzina di etnia Canachi che insieme all’amico Orel, un semplice ma pieno di iniziativa (e di conoscenze d’alto rango) ragazzo delle consegne, si ritrova nel fiore della Belle Époque parigina ad indagare su una serie di misteriose scomparse di ragazzine come lei… o quasi. E proprio come in Midnight in Paris, sono tantissimi gli artisti veramente esistiti che incontreremo insieme alla protagonista per poter risolvere con lei il mistero.

Dimenticate però qualsiasi idea di storia alla Tarzan portato nella civiltà che vi possa essere venuto in mente leggendo questa premessa, perché la nostra Dilili è già stata presa in casa da una Contessa che le ha insegnato tutte le buone maniere del caso. E’ tanto graziosa quanto determinata nel suo abitino bianco candido con qualche rimando colorato, nel suo adorabile inchino di presentazione e nei suoi sogni di diventare una donna che rivoluzionerà il mondo un giorno, cambiando professione da un minuto all’altro presa dall’entusiasmo delle persone che conosce via via e che le forniscono nuovi indizi per risolvere il mistero. Tutto ciò la caratterizza da subito agli occhi dello spettatore, così come l’inizio in medias res che ci presenta un villaggio in cui apparentemente vive Dilili per poi allontanare la macchina da presa e farci rendere conto che siamo dentro una sorta di zoo in cui l’intera famigliola “di colore” si esibisce per i “bianchi” parigini… che siamo quindi noi spettatori nell’occhio dell’inquadratura.

Non sono le uniche trovate registiche di Michel Ocelot per farci immergere totalmente nella magia della Parigi dell’epoca, fra vicoli, viottoli, strade e piazze, senza dimenticare i luoghi inesplorati del sottosuolo della capitale.

Dilili a Parigi si dimostra così un riuscitissimo mix d’animazione fra tante ispirazioni diverse, che però trovano nuova forma nell’essere più della somma delle proprie parti. Si potrebbe addirittura vedere una matrice d’ispirazione disneyana nella sequenza sui tetti dei protagonisti di profilo in penombra, quasi fossimo nella Londra di Mary Poppins. O delle fumose strade degli Sherlock Holmes di Guy Ritchie nel mistero di fondo del film di Ocelot. Per rendere al meglio questa centrifuga gustosissima di colori, suoni e linee, è come se tutti i nostri cinque sensi fossero stimolati e potessero toccare con mano le sculture e le opere d’arte mostrate nel corso della pellicola, quasi fossero semplice parte dell’arredamento delle abitazioni degli artisti coinvolti. Il mix si percepisce anche dall’uso di molteplici lingue – pur con predominanza del francese. Lo stesso uso plastico e linguistico lo si è visto di recente in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, che altrettanto meritava una visione in lingua originale. Ma si sa che con l’animazione al suo meglio tutto diventa ancor più magico.

Dilili è proprio come la zebra protagonista di Madagascar (che conosciamo anche in uno zoo, guarda caso): non sa se è bianca a strisce nere o viceversa, proprio come Dilili nella Nuova Caledonia si sentiva dire che non era abbastanza scura, mentre in Francia non è abbastanza chiara. Ecco servito l’altro aspetto predominante del film: il tema del razzismo, della parità di genere, dell’immigrazione, del femminismo – attualissimi – sono affrontati mescolando i semplici commenti dei passanti quando vedono Dilili per strada al mistero di fondo, che si rivelerà sepolto nei canoni più profondi della società della Belle Époque. E della società di oggi, che potrebbe virare senza troppe difficoltà in una sorta di Handmaid’s Tale meno drammatico ma non per questo meno inquietante. Ma per fortuna, almeno per ora, ci sono le Dilili nel mondo e chi le sostiene, a continuare a fare la differenza.

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