Hellboy di Neil Marshall: la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni | Recensione

Pubblicato il 12 Aprile 2019 alle 15:00

Un adattamento con tantissime buone intenzioni di distaccarsi dai precedenti ma con una messa in scena non all’altezza.

Ci sono tantissimi film e tantissime buone intenzioni dentro Hellboy di Neil Marshall, adattamento del fumetto cult di Mike Mignola che, non essendoci stato un terzo capitolo curato da Guillermo Del Toro con Ron Pearlman protagonista, ha subito una virata decisamente diversa.

L’ennesimo reboot che ha preso il protagonista da uno dei cult tv che di nostalgia per il passato ne sa qualcosa, David Harbour ovvero lo sceriffo Hopper di Stranger Things. Dalla tv viene anche il regista Neil Marshall, che si è fatto notare al cinema con The Descent ma è soprattutto sul “piccolo” schermo che ha fatto parlare di se con episodi come “Blackwater” e “The Watchers on the Wall” de Il Trono di Spade. Che sia questo il motivo di una messa in scena così povera?

Più si procede nella visione di questa nuova incarnazione di Hellboy – i 121 minuti si sentono ahimè tutti – più risultano evidenti gli intenti dell’autore, soprattutto quello (giustissimo) di allontanarsi dalla favola di Del Toro, ma per mirare a cosa? Sembrerebbe ad un mix di fantasy e splatter, cercando disperatamente di far ridere lo spettatore con una sequela di battute per smorzare i toni e per rendere il tono cazzeggiante del protagonista. Bisogna però essere consci e scegliere un tono da mantenere dall’inizio alla fine, cosa che questo film non fa pagandone le conseguenze.

Tutti questi elementi, tutti questi caratteri, tutti questi film – un po’ Deadpool, un po’ Signore degli Anelli, addirittura un pizzico del Castello Errante di Howl e di Harry Potter – sono inseriti e ammassati alla rinfusa, senza un’idea chiara e lineare e continuando ad aggiungere trovate narrative e sviluppi discutibili, nonché scene splatter senza una valida ragione di fondo, se non quella di mantenere il tono cazzaro.

Marshall viene come si diceva da una regia soprattutto televisiva: non solo Game of Thrones, ma anche Westworld, Hannibal e il pilot di Black Sails nel suo curriculum: se in molti di questi prodotti per la tv il regista aveva però dimostrato di avere un occhio da grande schermo, in questo Hellboy sembra invece aver perso la strada di casa e non riuscire a fare il salto in sala. Complice una CGI davvero poco convincente, che si riflette soprattutto nelle scenografie e nella resa visiva delle scene d’azione, ma soprattutto nella “maschera” che indossa il protagonista ogni giorno.

Le sue fattezze, la sua robustezza corpulenta risultano finte, costruite e Harbour quindi non riesce ad essere credibile, ad andare oltre il proprio carisma. Non riesce a farci andare oltre il suo aspetto fisico, se non di poco, a farci dimenticare tutto il trucco prostetico in faccia. Il suo Hellboy non la stessa verve dello sceriffo Hopper, forse perché non siamo più a Hawkins ma bensì in Colorado, non supportato da una sceneggiatura dalle spalle abbastanza larghe.

Se il voiceover nei film di Del Toro trovava la sua ragion d’essere nel catapultarci dentro una favola gotica di quelle che tanto piacciono al regista messicano, in questo nuovo Hellboy la continua incombenza della voce narrante risulta fastidiosa e insistente, quasi come un genitore che non lascia un po’ di privacy ai propri figli, generando spiegoni spesso ridondanti. Tutto da buttare quindi? No, ma non è di buone intenzioni però che si può fare un prodotto finito.

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