Esoterismo, misteri e miti sopravviveranno alla meteora… a meno che l’indagatore dell’incubo non venga in soccorso dell’umanità intera.

Lenta e inesorabile, come un cancro che si sviluppa incontrollato e visibile, la meteora continua a fare più danni di quanto ne farebbe se si schiantasse. Questo mese, la magia combattuta da Dylan Dog è legata al sangue e al mito. Stavolta il suo cliente è un ricco e facoltoso russo, fuggito su una stazione spaziale per evitare la collisione della cometa sulla Terra: il riccone ha dimenticato qualcosa di importante sul pianeta, una donna molto particolare alla quale si era legato con un patto fatto con il sangue. Beh, volutamente dimenticata: la donna è una strega che popola i boschi e si nutre di esseri umani, figlia di una leggenda che è stata poi domata dal riccone russo Oleg Volkov. A causa della meteora in avvicinamento, la donna è riuscita a liberarsi dalla sua casa-prigione e sta iniziando a mietere il panico nel circondario. Dylan interviene, scoprendo che non tutto ciò che viene dipinto come malvagio sia oggettivamente definibile tale…

Paola Barbato continua a sparare il suo caricatore con i proiettili migliori. Arrivata alla sua terza storia del ciclo della Meteora, la sceneggiatrice si crea una sua linea narrativa personale all’interno del quale fa vivere un Dylan altruista, eroe e salvatore, nonostante l’orologio del giorno del giudizio stia continuando a ticchettare lentamente e rumorosamente. Barbato prende fortemente in giro il lettore, introducendo la storia in maniera classica e con una linearità narrativa spaventosamente scolastica. Ecco, quella sì che è una cosa che fa paura: sapere che la Barbato si sia dimenticata come scrivere una storia di Dylan Dog. Fortunatamente non è e non sarà così, e lo si vede soprattutto sulle ultime pagine.

A fianco della storica sceneggiatrice c’è Werther Dell’Edera, figlio del gruppo di fumettisti Skeleton Monster e reduce dalla fatica artistica di caratura internazionale The Crow – Memento Mori (Edizioni BD), con il curatore editoriale di Dylan Dog Roberto Recchioni. Le ambientazioni di tratto gothic horror calzano come un guanto in lattice sulla dimensione artistica di Dell’Edera che, con uno stile essenziale e non arzigogolato, esprime la rabbia di una strega e l’opulenza di un riccone, grazie a espressioni del viso volutamente distorte in sguardi di dolore e e rancore.

In un clima di discussione su ciò che si può comunemente definire famiglia o meno, Barbato e Dell’Edera affrontano una “famiglia non convenzionale”, costituito da un essere mitologico e un essere umano; un rapporto che decisamente risale nella notte dei tempi mitologici. E come ci insegna il mito di Eos, dea greca dell’aurora, e Titone, comune mortale, unire mito ed esseri mortali non porta mai a un felice epilogo. Titone è stato sfortunato e sta ancora vivendo eternamente segregato, continuando a decomporsi senza mai morire, mentre Volkov e sua moglie stanno per giungere al capitolo finale della loro “storia d’amore”. I sentimenti scendono in campo: rivincita, noia, amore e odio si rimbalzano vicendevolmente come una pallina da tennis durante un match, lasciando un esterrefatto Dylan spettatore di una bagarre familiare ai confini della realtà.

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